50 sfumature di giallo – parte seconda– Ladri di Notte – puntata 7

Non esiste un solo tipo di giallo. Con Manuel Figliolini de La Bottega del Giallo scopriamo altre sfumature e alcune storie di decaloghi famosi…

Quando abbiamo parlato di generi e di categorie di “detective story”, abbiamo lasciato il discorso un po’ a metà per seguire le riflessioni di Veronica Todaro sul senso della categorizzazione e sulla necessità di ibridare tra loro I generi.
Ma l’ansia di catalogare ogni elemento e ogni dettaglio, la necessità di dare regole e orientamenti è stata tale per cui in passato ci sia pensato addirittura alla creazione di veri e propri decaloghi: per dare dei paletti, porre dei limiti, dare delle regole al giallo.

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Perché poi?
Anche qui dovremmo fare una seduta spirita perché il primo che si è cimentato in una fero e proprio formulario del giallo perfetto è stato un certo Ronald A. Knox.
Knox di mestiere faceva il teologo ma nel tempo libero dagli impegni di Chiesa, si dilettava a scrivere detective story di stampo classico: proprio quel giallo deduttivo di cui parlavamo due puntate fa. Per farla breve il reverendo non era estraneo al mondo delle crime story.
Suo grande amico era proprio quel Gilbert Keith Chesterton che aveva inventato la serie di Padre Brown. Ma la sua passione per il giallo lo porta anche a redigere una vera e propria antologia di genere dal titolo The Best Detective Stories of 1928-29 e che riportava in introduzione quello che viene definito il Decalogo Knox.

I dieci comandamenti del giallo

 Ronald A. Knox
  1. Il colpevole dev’essere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; il lettore non deve poter seguire nel corso della storia i pensieri del colpevole.
  2. Tutti gli interventi soprannaturali o paranormali sono esclusi dalla storia.
  3. Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto.
  4. Non possono essere impiegati veleni sconosciuti; inoltre non può essere impiegato uno strumento per il quale occorra una lunga spiegazione scientifica alla fine della storia.
  5. Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.[3]
  6. Nessun evento casuale dev’essere di aiuto all’investigatore, né egli può avere un’inspiegabile intuizione che alla fine si dimostra esatta.
  7. L’investigatore non può essere il colpevole.
  8. L’investigatore non può scoprire alcun indizio che non sia istantaneamente presentato anche al lettore.
  9. L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio.
  10. Non ci devono essere né fratelli gemelli né sosia, a meno che non siano stati presentati correttamente fin dall’inizio della storia.

Direi che il buon reverendo non si è fatto scappare nessun dettaglio. Ma se pensiamo che Knox sia stato troppo rigido, non avete ancora letto quelle che, solo qualche mese prima, nel 1928, aveva stilato un’autore di tutto rispetto, come Willard Huntington Wright, aka S.S. Van Dine!

Le regole di Van Dine

Questo decalogo – che trovate alla fine di questo articolo – oramai è diventato leggendario, ma a parte qualche curiosa regola come “Ci dev’essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è”, oppure “Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco.” – Che se uno pensa a Poirot e I quatto, qualche domanda se la fa pure!
La verità che scorgiamo in queste indicazioni è quella di una necessità profonda di cristallizzare qualcosa che non può essere fermato e definito, con l’intento di rendere credibili le storie raccontate. Insomma, di nuovo c’è di mezzo il lettore e il patto che l’autore stringe con esso. Ma allora come la mettiamo quando lo stesso Van Dine, nelle sue ultime avventure di Phillo Vance, mette in discussione le proprie tesi per scrivere indagini che accantonano la pura deduzione per lanciarsi nell’azione, con qualche pizzico di violenza in più?

Avete segnato Ed McBain?

Vi avevo chiesto un paio di puntate fa di appuntarvi il nome di Ed McBain. Il suo 87° distretto è un perfetto esempio di procedurale eppure ha dei metodi e dei cliché che lo avvicinano anche a un altro genere. Quello dell’Hard Boiled. Lo stesso a cui si avvicina Van Dine nei suoi ultimi romanzi. Lo stesso che ha in Samuel Dashiell Hammett il suo maggiore e primario esponete. Su Hammet ci sarebbe da fare una puntata a parte, solo per lui. Ma a noi interessa quello che Raymond Chandler aveva detto di lui: “Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.
E proprio in queste parole che ritroviamo il perché, ad un certo punto le regole di Van Dine, in cui il sospettato non deve essere mai un uomo comune, un bandito qualunque, non hanno più valore.
E allora, di cosa parliamo quando parliamo di Hard Boiled?

L’hard boiled

  • Primo: parliamo di un uovo così cotto da essere diventato sodo, ovvero duro. No, non sono impazzita ma è la traduzione gergale del termine Hard Boiled ed indica proprio la sua principale caratteristica. In queste storie troviamo sempre una rappresentazione realistica del crimine, della violenza e del sesso.
  • Secondo: anche se si sono spese lunghe pagine di articoli sui cliché del genere, l’unico vero punto fondamentale è nel protagonista. Il detective che investiga può essere di qualunque estrazione sociale, avere qualsiasi passato alle spalle, essere laconico o spaccone, ma di fatto si pone nei confronti della stessa giustizia in modo critico e controverso. Non è un poliziotto ma perché non vuole fare parte di un alcun gruppo. In poche parole è un outsider sia del sistema, che della società in cui vive. Che poi sia più o meno alcolizzato, abbia il vizio delle donne e faccia sesso in ogni capitolo, questo è solo secondario.
  • Terzo: la parte deduttiva non manca mai, ma è accompagnata da una buona dose di action e di violenza. In poche parole in questi romanzi, se c’è da sparare o menare le mani, nessuno si tira indietro, anzi tanto meglio. E addio bei tempi in cui I casi si risolvevano nella penombra di uno studio.

Qualche autore chiave ve l’ho citato e ora vi do un compito per le vacanze. Quali altri autori possono entrare in questo novero?

Il thriller

Poco fa abbiamo parlato di patto con il lettore e, dalle regole che alcuni autori hanno stilato proprio per definire qusto patto. Ora di tutti I generi che forse più di altri devono scendere a patto, il THRILLER deve galoppare molto. Ed ecco per quale motivo.

  • Primo: il cuore di un thriller, non è l’indagine ma nella suspence. Perché nel thriller il lettore assiste direttamente alla preparazione e all’esecuzione del crimine, subendo un forte coinvolgimento emotivo in un clima di crescente tensione.
  • Secondo: il thriller mette in risalto il pericolo che il protagonista deve fronteggiare. Questa tensione viene costruita nel corso di tutta l’opera e può condurre ad un climax altamente stressante. L’insabbiamento di informazioni importanti nel corso della trama e gli inseguimenti con scontri fisici sono comuni nelle trame di tutti i sottogeneri thriller, anche se ogni sottogenere ha le proprie caratteristiche uniche e metodi per tenere alta la tensione.
  • Terzo: Ha infinite declinazione, in relazione alle ambientazione. Come il THRILLER LEGALE, in cui protagonisti e risolutori sono gli avvocati e le aule giudiziarie. Oppure il MEDICAL THRILLER dove giocano il ruolo principale il medico legale e gli specialisti della polizia scientifica.

Ma cosa ci spinge a leggere queste storie? Cosa ci porta a scavare nel nero profondo delle nostre anime e delle nostre paure? Questa domanda l’abbiamo fatta al nostro ospite di questa sera, un lettore, un esperto e soprattutto un amico affidabile: Manuel Figliolini, direttore de La Bottega del giallo.
Ascolta la puntata per scoprire il suo intervento.

Twenty Rules for Writing Detective Stories

  1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
  2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
  3. Non ci dev’essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.
  4. Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
  5. Il colpevole dev’essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l’oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
  6. In un romanzo poliziesco ci dev’essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
  7. Ci dev’essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev’essere remunerato!
  8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto ab initio.
  9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore”, un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c’è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
  10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
  11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
  12. Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
  13. Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una “chance“: ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
  14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d’avventura.
  15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d’istruzione.
  16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di “atmosfera”: tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l’azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
  17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
  18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
  19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
  20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo “credo”, una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari ad ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
    • scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
    • il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
    • impronte digitali falsificate;
    • alibi creato grazie a un fantoccio;
    • cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
    • il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
    • siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
    • delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
    • associazioni di parole che rivelano la colpa;
    • alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra

[fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Venti_regole_per_scrivere_romanzi_polizieschi]

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