A ritrovar la stella di Rosanna Oberbizer – Ladri di Notte

Il Vicequestore Mantovani ci ha girato un po’ intorno, ma poi è crollato e ha confessato.
Del resto, non potevo credere che mi avesse convocata solo per parlare del ladro che si è introdotto
in casa mia l’altra notte, mentre io ero in giro per una Milano deserta con il mio taxi. Alla fine viene
fuori che ci sono state altre quattro rapine simili e che nell’ultima, quella dopo la mia, ci è scappato
il morto.
Mantovani mi guarda atterrito e sfiduciato. Forse odia avermi tra i piedi o forse trema all’idea che
potevo esserci io sul tavolo dell’obitorio. Alla fine mi vuole bene, mi ha vista nascere, solo che ho
un carattere di merda e non mi sopporta. Sono vere entrambe le cose, va capito.
“Il ladro segue uno schema, Teresa. Individua persone che lavorano di notte, studia i loro turni,
forza la serratura con cacciavite e martello e ruba oggetti di valore” mi racconta.
“Che schema sarebbe?” chiedo io. “Fa quello che fanno tutti i ladri.”
E invece no, mi spiega Mantovani. Questo piccolo genio del male abbandona un cacciavite sulla
scena del crimine. Ne ha lasciato uno anche da me: punta piatta, manico nero e giallo. Cacciaviti
diversi, della stessa marca.
Ho molti dubbi e non li nascondo. Primo, da me c’era ben altro da rubare.
“Tipo?” mi chiede lui.
“C’era un profumo da 400 euro, sigillato. Una borsa che ne vale 750. Poi vediamo, le scarpe. Per
quelle dovrei fare due conti.”
“Ma perché tutta questa roba?” mi chiede lui socchiudendo gli occhi, quasi per mettermi a fuoco.
“Perché mi piacciono le cose belle? È questa la domanda?”
Mantovani ci rinuncia, meglio così.
Seconda cosa: è agosto, perché puntare chi lavora di notte e non chi è via per le ferie? E poi, e
sarebbe il terzo punto, che senso ha abbandonare un cacciavite?
Per convincerlo a portarmi con lui durante le indagini devo faticare. Solita solfa, prima appare
scandalizzato, poi scocciato, poi si arrabbia. Stavolta sembra non arrivare alla fase della
rassegnazione e questo mi preoccupa. Il fatto è che il PM non condivide la sua linea di indagine e
ritiene si tratti di una rapina finita male.
“Se lei avesse bisogno di un passaggio, io come tassista sarei tenuta a mettermi a disposizione delle
forze dell’ordine” gli propongo io. Alla fine, anche se ci metto un po’ di più, vinco io e Mantovani
accetta. Sono la sua nipote preferita, quella che non ha mai avuto.
Mantovani ha disegnato sul suo taccuino – perché è l’ultimo poliziotto ad averne ancora uno – la
mappa della cerchia stretta delle relazioni della vittima, Alberto Colonna. In un solo giorno,
riusciamo a parlare con la compagna – sconvolta e incinta di quattro mesi – i genitori devastati dal
dolore, i colleghi e due amici. Risultato. Alberto Colonna era un infermiere dell’Ospedale Niguarda,
34 anni, bravo ragazzo. Stimato dai colleghi, orgoglio della madre e promessa del rock milanese.
Questa è la parte interessante: era il chitarrista de Il Covo, un gruppo che iniziava a riscuotere un
discreto successo. Solo che, in vista della paternità, Alberto aveva abbandonato il progetto e i suoi
amici, Marco Senesi e Sandro Forti. Mai contare su un bravo ragazzo: tanto serio, ma tanto stupido.
Quando lo porto a casa, Mantovani è esausto, dev’essere il caldo.
“Teresa, non ho in mano nulla, devo rinunciare” mi dice prima di scendere dall’auto.
“Ma su, Mantovani, cosa sta dicendo? Non possiamo arrenderci così!”
“A parte che tu non c’entri nulla. E comunque, devo” taglia corto lui.

Il giorno dopo gironzolo con il taxi, tanto il mio turno inizia come sempre alle 22. Guido e penso.
Penso e guido.
Questa cosa dei cacciaviti è strana, tutti simili, ma tutti diversi. Che senso ha? Perché abbandonarli?
Un po’ stupida come firma, ma del resto il ladro non sembra troppo sveglio.
Quando capito davanti a un negozio di bricolage, entro di istinto. Le idee migliori arrivano per caso
e infatti, manco a dirlo, nella parete degli utensili trovo una bellissima confezione da sei cacciaviti,
manico nero e giallo, tutti simili e tutti diversi.
Che strano, una serie. Una serie di cacciaviti, come una serie di furti.
Chiamo Mantovani per fare un rapido censimento dei cacciaviti ritrovati fino ad oggi.
“Ne manca ancora uno a stella” gli dico.
“Cos’hai in mente?”
“Secondo me i furti sono stati commessi per nascondere l’omicidio e farlo sembrare l’incidente di
un ladro poco esperto. I cacciaviti abbandonati servono per far pensare che le rapine siano collegate.
Se è così, il ladro – anzi l’assassino – commetterà una nuova rapina e abbandonerà un cacciavite a
stella, quello che non ha ancora usato.”
“Oppure il ladro è così spaventato di aver ucciso un uomo che si fermerà” conclude lui.
“È la sua opinione, o quella del PM?”
“Non cambia nulla” mi gela.
Mi scoccia così tanto ammettere di avere torto, che in genere evito di farlo. Però i giorni passano e
non ci sono notizie di altri furti. Ogni mattina passo in rassegna i siti più beceri delle cronache
cittadine, niente. Ogni tanto chiamo Mantovani, ma il meno possibile perché non è così paziente
come vorrebbe apparire. E comunque, niente.
Pare che il ladro si sia fermato. Forse non voleva mimetizzare nulla, è solo un ladro improvvisato in
una situazione più grande di lui. Certo che si è proprio perso il concetto di competenza.
Per chiudere la vicenda, decido di andare all’ultimo concerto de Il Covo, omaggio ad Alberto
Colonna. Arrivo davanti alla villetta di Marco Senesi, appena fuori Milano. Il giardino è gremito di
luci, zampironi e ragazzi. Il garage ha la saracinesca alzata ed è allestito con strumenti, microfoni e
amplificatori. Proprio come un covo, ecco perché si chiamano così.
Che belli questi ragazzi, penso. E io raramente penso cose simili. Ma sono carini, fanno bella
musica e c’è un’energia che mi piace. C’è anche uno striscione, scritto a mano: “Per Alberto, per
sempre”. È appeso a due alberi che sovrastano il garage, insieme a una catena di oggetti che la
gente ha portato per ricordarlo. La cinghia di una chitarra, dei plettri, la sciarpa di una squadra di
basket. E un cacciavite a stella.

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