Cala la Tela di Fabiana Polese – Ladri di Notte

Il Covo sarà la mia tomba: per intuirlo mi è bastato vedervi schierati sul marciapiede, orgogliosi nelle vostre divise. E armati.

E pensare che mi sentivo sicura qui, nel Covo: vi avevo finalmente trovato il mio rifugio, dopo un’infanzia breve e piena di rischi, circondata da una famiglia tanto numerosa quanto indifferente alla mia sopravvivenza, da cui ho cercato di emanciparmi al più presto. Fino ad ora ho vivacchiato abbastanza bene, scivolando nella notte, non vista, in mezzo ai libri, illudendomi che nessuno sospettasse della mia discreta presenza.

O forse non è il Covo il vostro obiettivo… Ma mentre valuto se non sia più prudente guadagnare l’uscita sul retro, state già aprendo la porta.

Avevo ricavato il mio rifugio nel Covo ben prima che venisse trasformato in una libreria. All’inizio temevo che Lei potesse accorgersi della mia presenza, ma o io sono stata davvero abile a nascondermi o Lei ha deciso per una silenziosa convivenza. Uscivo quando ormai tutto era silenzio e al massimo brillava, stanca, la luce del computer mentre le tenebre annerivano gli angoli. Quello era il mio tempo, l’ora in cui le mie vittime cominciavano a tremare sentendo che mi stavo avvicinando.

Per me, nessuna via d’uscita. Sigillo l’ingresso come posso e attendo. E mi chiedo chi sia stato così vile da fare la spia. Non Lei…non voglio neppure sospettarlo.

Certo, è capitato che i nostri sguardi si siano incrociati, anche solo per pochi istanti, ma in Lei ho sempre ravvisato una sorellanza, un analogo coraggio nell’affrontare la diffidenza altrui. Poi è arrivato quello là, e lui sì mi ha fatto paura…e io ho occhi per queste cose!

Ecco che entrate e vi sparpagliate per il Covo, senza rispetto per quegli oggetti che non sono stati riposti nelle scatole: muovete, sbattete, gridate. Frugate ovunque, ma sono abbastanza certa che non riuscirete a vedermi: i vostri sguardi disattenti scorrono leggeri sulle pareti.

Io invece ero in grado di tenere d’occhio la mia vittima per ore, pregustando il momento in cui l’avrei incontrata; affrontandola faccia a facciale iniettavo il veleno e restavo lì, fino alla fine, a vederla contorcersi e morire.

Uscite! Per un istante penso di essere salva, poi sento il sibilo del gas e mi accorgo che alcuni di voi sono rimasti nella stanza con il volto coperto da una maschera. L’odore pungente penetra nel mio covo, che sembra farsi sempre più piccolo intorno a me.

l mio covo; un nido tutto mio, dove mi ritiravo ogni alba, sazia e soddisfatta di me stessa; un luogo che avevo attrezzato perché rispondesse pienamente alle mie esigenze: non un fronzolo, un inutile suppellettile e soprattutto nulla che potesse far sospettare ad altri di essere i benvenuti.

La nuvola bianca sale verso l’alto, offusca le luci, poi si sparge sugli scaffali, si deposita sul telo che copre la cassa e la scrivania, fino al pavimento; e penetra nelle fessure dell’intonaco.

Non merito la camera a gas: io ho solo recitato la mia parte. Non una volta ho ucciso senza scopo o per interesse, o solo per il gusto della vendetta… come invece ho sentito raccontare tante volte qui al Covo, illudendomi che fossero racconti di fantasia… Così me ne vado… mentre le mie otto zampe si rattrappiscono… i miei quattro paia di occhi…si spengono… uno dopo l’altro…Cala la tela!

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