IL COLORE DEL NOME di Vittorio Longhi – Consigli dei Lettori

Barbara ha raccolto un consiglio di lettura da una nostra amica lettrice del Covo. Lo ha letto e lo ha recensito. Ecco IL COLORE DEL NOME di Vittorio Longhi.

Ogni tanto accade.
Anche un cliente del Covo ti può fare un regalo e, in questo caso, la buona frequentatrice del nostro minuscolo “spazio” (negozio no, dai, sembra brutto) ha graziosamente offerto questo titolo a mo’ di informazione.
Detto fatto: comprato, letto, ragionato. Stiamo parlando de Il Colore del Nome di Vittorio Longhi, edito Solferino.

Il risultato è il piacere di essere venuta a contatto con una realtà, se non sconosciuta, sicuramente misconosciuta. Vittorio Longhi è un discendente di quegli italiani d’Eritrea andati a conquistare colonie e, inevitabilmente , persi nella nebbia del tempo. Il bisnonno é Giacomo, cinico militare che ingravida la sedicenne Gabru’ e la abbandona prima ancora di veder nascere il secondogenito. I figli meticci vivono in una sorta di limbo in cui si vogliono sentire italiani, ma non riescono a farsi accettare dai connazionali occupanti e sono guardati con sospetto e insofferenza dagli altri eritrei. Non è facile trovare una propria identità quando, nel frattempo, vengono emanate da Mussolini le leggi razziali che complicano ulteriormente la vita di chi ha una instabilità sociale di partenza e il problema si trasferisce anche alla seconda generazione.

Uno dei nipoti di Giacomo è il padre dell’autore che si trasferisce in Italia negli anni ’50, semina figli e li abbandona con le loro madri (la storia si ripete ahimè ) in un patetico tentativo di costruire se stesso sulle macerie di un passato mal compreso e non digerito.
Vittorio Longhi, raccontando la storia della sua famiglia italo-eritrea, evidenzia non solo le ingiustizie e le crudeltà del colonialismo, ma anche quelle di un padre e uomo mancato.

Leggi qui Il colore del nome di Vittorio Longhi

La trama

«Penso che tu sia il figlio di mio zio Pietro… Non abbiamo più sue notizie da quando è partito per l’Eritrea.» Così, poche parole ricevute via Facebook cancellano per Vittorio diciotto anni, il tempo passato dall’ultimo incontro con suo padre, alla stazione di Milano. Ma lui non sa nemmeno chi sia Aida, la presunta «cugina» eritrea che lo contatta. Cerca di ignorare quel messaggio, si immerge nel lavoro di giornalista. Ogni nuova inchiesta, però, lo riporta nello stesso luogo. In Africa, a seguire rivolte e repressioni, rotte della migrazione e dell’asilo, della tratta di esseri umani. In Africa, dove si trovano, che lo voglia o no, le sue radici. Perché Vittorio, europeo e italiano, è un figlio del meticciato lungo tre generazioni. Il bisnonno Giacomo, arrivato nella colonia nel 1890 con il regio esercito, fa due figli con una moglie-bambina eritrea, per poi abbandonarli. Il nonno Vittorio, ucciso sulla porta di casa ad Asmara perché attivista meticcio, lascia vedova e orfani a fare i conti con l’eredità delle violenze fasciste. Il padre Pietro si rifugia in Italia, si sposa, fa un figlio; ma non basta tornare

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