Il DSM-IV di Alessandro Bonet – Ladri di Notte

Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo un mostro. E se tu scruterai a
lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te?
F. Nietzsche

Non ricordo da quanto tempo sono rinchiuso qui.
Rammento la mattina in cui vennero a prendermi a sirene spiegate!
Arrivarono che ero ancora nel pieno del sonno.
Sentii la porta vibrare e sentii il mio nome, pronunciato a gran voce. Con i sensi alterati dal sonno,
risposi e incautamente, aprii. Entrarono in sei, forse più. Mi presero con violenza, alla stregua della
più misera delle bestie da macello, urlandomi nelle orecchie ogni insulto immaginabile.
Mi trascinarono nel retro di un furgone.
Era freddo e metallico.
Mi portarono qui.
Mi sbatterono dentro e chiusero la porta di ferro.
Da allora, è questa la mia casa. Il mio rifugio. Il mio covo.
Quelli che stanno qui mi odiano. È per via di ciò che ho fatto. Ma non comprendono! Nessuno può!
La mia sofferenza, il mio dolore. E insieme, l’impulso irrefrenabile, il bisogno spasmodico e
incontrollabile.
Dal primo istante in cui la vidi, ho desiderato il suo corpo, il suo sesso, ancora inviolato.
Così pura, inconsapevole di quanto fosse desiderabile e al contempo così provocante, tentatrice!
Lo sapeva! Sapeva che la desideravo. Fingeva di ignorarmi, si comportava come se non esistessi.
Ma al contempo mi chiamava, con le sue movenze leggere, le sue gambe esili, dorate dal sole, i suoi
seni piccoli e appuntiti che sollevavano la maglietta. Il suo odore… lo respiravo e mi inebriava i
sensi.
Da questo buco umido e puzzolente, tutte le notti la penso. La sogno. La desidero.
Mi si può fare una colpa per questo? Per aver amato? Per aver desiderato? Non è questo che brama
ogni uomo, in questo fottuto mondo? Amare ed essere amato?
Nemmeno il giudice ha voluto sentire ragioni…
Non voglio uscire dal mio covo, non voglio mischiarmi con gli altri. Feccia! Incivili!
Non capisco perché il direttore si ostina a farmi parlare con il medico, buono quello!
Ogni volta fa le stesse domande ed ogni volta riceve le stesse risposte. Possibile che non capisca che
non sono pentito? Di cosa poi? Di averla posseduta? O di averla ammazzata?
Forse non avrei dovuto ucciderla, mi sono detto più volte. Ma come potevo evitare di farlo?
Piangeva e si lagnava di continuo. Voleva tornare dalla sua famiglia. Avrebbe raccontato tutto e
distrutto il nostro amore! Ma io l’ho impedito. Il ricordo di quello che è stato riposa con lei. Non lo
dirò dove l’ho seppellita! Mai! A nessuno.
Il cibo qui è uno schifo. Mangio, bevo, dormo, caco e piscio nella stessa stanza, ma non mi importa.
Quello che conta per me è essere lasciato in pace, dentro a queste quattro mura. In fin dei conti ci
sto bene. La finestra con la grata lascia entrare la luce del giorno e il fresco della notte e mi
permette di guardare fuori.
Strano posto per farci un carcere, mi sono detto da subito. Dentro un castello, in questo paese
dimenticato da Dio. Non ne ricordo nemmeno il nome.
Inespugnabile in passato, senza alcun dubbio! Abbarbicato com’è su questo sperone di roccia che
domina la valle. Di certo non è il posto che invoglia a scappare. Tanto vale rassegnarsi.
Le case del paese arrivano fin sotto le mura.
Più volte mi sono chiesto cosa possono pensare gli abitanti del borgo, sapendo che a pochi metri da
dove vivono, c’è una colonia penale, composta da criminali, tra i più pericolosi. Come me.
Se salgo sulla tazza del cesso riesco a vedere fuori.
C’è lei!
Mai avrei immaginato di ritrovarla qui.
È tornata da me mi dico, ma poi penso, non è lei! Le somiglia molto. Stesse gambe da trampoliere,
stessi capelli del colore del grano maturo, anche la risata argentina, sembra la medesima.
Quello che è certo, al di là di ogni dubbio e quello che io provo.
La voglio. La bramo. Ogni notte sono tormentato dal desiderio e ricerco il piacere. Con fatica,
perché quella cosa che mi mettono nella sbobba che mangio, rallenta l’eccitazione. Ma non la
pulsione! Non quello che ho nella testa. E allora mi infliggo dolore per raggiungere l’orgasmo, e poi
mi ci abbandono sfinito e ansimante. Fino al giorno seguente. Quando tutto ricomincia. Con ansia
attendo che lei arrivi al piccolo spiazzo che vedo dalla finestra, per giocare, con gli altri ragazzini.
Fanno giochi antichi, di quelli che anche io facevo, quando ero bambino.
Mi guarda. Ha percepito la mia presenza silenziosa. Io mi limito a guardarla a mia volta, non faccio
un fiato, e lei, tra un gioco e l’altro, tra una risata e l’altra, alza gli occhi verso il buco nel muro
della enorme parete del maniero che sovrasta il borgo e incrocia il mio sguardo accendendo in me il
desiderio e l’eccitazione più profondi.
Ma come in tutti gli idilli, anche questo ha la sua ombra. La madre, seguita a rimproverarla. Non
sento cosa si dicono, ma ne comprendo egualmente, il siginificato. Meschina! Affaccendata e
frettolosa, la raggiunge e la prende per un braccio, con urgenza la trascina via, tra improperi e
raccomandazioni, indicando verso di me, come a dire, «Vieni via! Non guardare là! Non va bene!
Non si fa!». Poi è lei a guardarmi. Gli occhi socchiusi. Fessure nere, come l’odio che nutre nei miei
confronti.
Io la ricambio sempre con un sorriso. Forse immagina che non mi curo di lei, che non mi importa
della sua paura.
Prende la figlia e la trascina via.
Per un istante scorgo lo sguardo dell mio angelo! Non vuole seguire la madre. Mi guarda di
sottecchi, un’ultima volta, prima di essere sottratta al nostro gioco, alla nostra intesa, al nostro
momento, unico e speciale, che tutti i giorni si ripete, in quello spiazzo sotto le mura, fatto di
sanpietrini arroventati dal sole, dal primo pomeriggio sino al crepuscolo.
Mi basta.
La madre non ha di che preoccuparsi.
Ogni giorno le rivolgo il medesimo pensiero.
Povera donna! Non ti crucciare! Non uscirò vivo di qui! E se mai fosse, non sarai certamente tu,
quella che verrò a cercare.

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