LIBRERIA DEL GIALLO E DEL FANTASTICO

Il vento spazza le corti, folate gelide tagliano le dita come lame di falcetti appena
arrotati. È notte, tutti dormono, rintanati nei casolari e nelle stalle. Il Moneta non voleva
venire, ma Taglia e Raselli, i suoi compari, alla fine l’hanno trascinato con loro. Adesso
sono lì, accucciati contro il muro della cascina dei Fassina. Lì avrebbero di sicuro
trovato qualcosa di buono: qualche monile in oro da rivendere, anche una bella forma di
formaggio andava bene. I tre si fanno coraggio e sgusciano dentro forzando piano una
finestrella al pianoterra, attenti a non svegliare i cani. Con le mani callose sfiorano il
bordo di un tavolo, lo schienale di una seggiola. Uno di loro urta qualcosa. Un urlo
squarcia il silenzio.
«Aiuto! Al ladro, al ladro!»
Il garzone che dormiva su una branda balza in piedi, afferra il mattone che teneva in
fondo al letto come scaldino. Arriva il vecchio Fassina, il padrone, in una mano tiene un
coltellaccio e con l’altra si regge le braghe. La moglie sbraita che volevano rubarle gli
orecchini nuovi, che di sicuro l’avevan spiata quando li aveva indossati alla messa
grande di domenica. I vicini di corte accorrono con roncole e forconi, altri si raccolgono
in cortile. Il Taglia si tocca la testa, gli han scagliato addosso un paiuolo di rame, di
quelli pesanti da polenta. Alla luce dei lumi i tre sembrano ancor più piccoli e malmessi.
Tre poveracci affamati in una notte d’inverno. E sfortunati, anche.
Qualcuno spalanca l’uscio con un colpo di stivale. È una pattuglia di gendarmi
francesi che passava lì vicino diretti a Bergamo. Hanno sentito il clamore, vogliono
vedere cosa stia facendo tutta quella gente a quell’ora. I francesi non sono amati da
quelle parti, adesso che comanda Napoleone, e una lezione fa sempre bene: che i
contadini non prendano l’abitudine di riunirsi troppo e che i ladri non credano di
passarla liscia.
Il patibolo viene montato in quattro e quattr’otto nel centro del paese. Il Taglia,
Moneta e Raselli si stringono l’un l’altro, i polsi incatenati. Si guardano in faccia, poi
abbassano la testa e biascicano una preghiera. Chiedono perdono a Dio, ai compaesani,
alla donna degli orecchini. La gente prega in silenzio per loro, li ha già assolti. Oggi
toccava a quei disgraziati ma domani sarebbe potuto toccare a chiunque di loro. I tre si
inginocchiano.
Il rumore secco della ghigliottina rimbomba in piazza.
Scrosciano gli applausi del pubblico. Le luci si riaccendono sul palco.
Il giovane regista prende il microfono:
«I teschi dei tre ladruncoli decapitati non sono stati più ritrovati.
Ma resta il loro ricordo, nella festa che il comune di Covo dedica ogni
anno a queste tre anime che qui furono giustiziate nel lontano 1798.»
Marcella spegne il motore. Ha trovato parcheggio sotto casa. Sale piano i gradini
invece di prendere l’ascensore. Lo spettacolo l’ha lasciata con l’agrodolce in bocca.
Sul tavolo di cucina, accanto al portatile, spicca un orecchino d’oro. È della vicina di
scrivania allo spazio coworking che frequenta da un paio di mesi, da quando stanno
alzando di un piano il palazzo di fronte al suo, e tra urla e musica tutto il giorno non
riesce più a lavorare nel suo appartamento.
Non è sicura di ricordarsi nemmeno il nome della vicina, qualcosa con la ‘G’: Giada?
Giulia? L’aveva subito catalogata come una di quelle che andavano lì solo per fare
pubbliche relazioni, vestite come il CEO di una multinazionale. Difficile pensare che
non avesse una casa abbastanza spaziosa e silenziosa dove poter lavorare indisturbata.
Guarda di nuovo l’orecchino.
È un modello a gancio, facile da perdere. Di orecchini Marcella se ne intende
abbastanza, almeno sulla carta: pendenti, a clip, con chiusura a monachella, a baionetta.
Le avevano commissionato una volta un articolo di gioielleria, uno dei molti che scrive
per sbarcare il lunario, e si era documentata.
L’orecchino doveva essere caduto quando Miss Coworking aveva stiracchiato sopra
la testa le braccia abbronzate proclamando ‘coffee time’. Marcella lo aveva visto subito,
e appena Giulia-Giada si era allontanata dal suo desk se l’era fatto scivolare in tasca. È
un cerchietto abbastanza massiccio; al Compro Oro come usato può ricavarci anche una
quarantina di euro al grammo.
Marcella è abituata a fare rapide conversioni mentali: con quella somma potrebbe
pagarsi una spesa decente, o una nuova stampante; magari un abitino sfizioso.
Accende il PC: è notte fonda, ma deve consegnare il prima possibile il trafiletto sulla
rappresentazione teatrale di Covo.
Si era sentita meno colpevole, o colpevole a metà, a rubare un orecchino solo. Del
resto a metà lo è sempre stata anche la sua vita: lavori part-time, mezze storie
sentimentali tracollate una dopo l’altra; anche quando telefona per proporre un pezzo o
un progetto editoriale lei ha una ‘mezza idea’.
Prende in mano l’orecchino. Ripensa alla sua proprietaria. Alla naturalezza con cui fa
stretching in uno spazio comune. La disinvoltura con cui si aggira tra le scrivanie,
chiedendo a uno come va, complimentandosi con un’altra per la borsa ‘cucciolosa’.
Non era questione di orecchini d’oro.
Marcella rosicchia la punta della Bic, insegue un pensiero.
Di Giada-Giulia non invidia gli abiti alla moda o l’abbronzatura. L’affascina l’aria da
persona risolta, l’interezza.
È questo, che vorrebbe rubarle.
Marcella sorseggia un bicchiere d’acqua.
Immagina la faccia di Giada-Gulia quando l’avrebbe rivista al coworking e avrebbe
aperto il palmo della mano:
«Guarda cos’ho trovato sul parquet?»
E la vicina si sarebbe sperticata in un
«Ma dov’era finito-ma come hai fatto-sono i miei preferiti-grazieee»
abbracciandola forte mentre lei scrollava le spalle,
minimizzando. Forse avrebbero cominciato a prendere il caffè assieme, magari
sarebbero diventate amiche.
Marcella apre un file nuovo. Digita veloce il titolo del pezzo: ‘Né santi né ladroni’.
Si sfiora il lobo dell’orecchio. Sorride

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