E anche oggi la sveglia è suonata. “Home coming”, esattamente come ieri. Ho scelto apposta questo ritmo tranquillo e rilassante che riconducesse la mia mente dalla notte al giorno con delicatezza. Mi è sembrata una musica carezzevole. New age, si diceva negli anni 90, i miei anni giovani. Speravo servisse, questa onda di serenità proveniente dal mio comodino. Ma mi sono svegliata e nulla è cambiato, esattamente come ieri. E come l’altro ieri e i tanti giorni che hanno preceduto questo. Tu non sei cambiato. E io non ce la faccio più.

Corri.
Di fretta. Rapido!

Hai sempre un’urgenza inarrestabile, incalzato da quel ritmo accelerato. Ti muovi teso su una corda invisibile che non concede soste per recuperare. Chi si ferma è perduto? E va bene, non posso fare altro che concordare con te su questo. Ma cosa accade a chi, semplicemente, rallenta? Perché si può fare, sai?

No, non lo sai. Non lo fai.

Maledizione, non è possibile che per te non ci sia mai tempo che basti, nulla che ti distolga dalla tua corsa frenetica. Ti sento battere come un forsennato con la bacchetta sul tamburo, incurante delle tempie che mi sbattono, del fiato che mi manca e dello stress che mi affanna le ore. Accidenti a te! Sei la mia vita, ma sarai la mia morte.

Sono stanca. Eppure ci ho provato a fermarti, con tutte le arti a mia disposizione.

Mi sono adagiata nella pacata lentezza dei minuti spesi a guardare un tramonto facendo schermo con la mano tremante. Ho ascoltato nella notte il frinire dei grilli e guardato i voli incantati dei lumini delle lucciole. Mi sono sdraiata sull’erba calda di sole e odorosa d’estate, inalando il profumo dei fiori portato dal vento, respirando piano. Ho seguito le nuvole giocare nel cielo e disegnare silhouette improbabili. Ho sperato di farti assaporare il dolce sapore del lento andare.

Invano: sei stato capace soltanto di infliggermi un estenuato torpore. Tu corri sempre più veloce, a dispetto del mio viso che ingrigisce, delle occhiaie che appesantiscono gli occhi.

Ma perché non ti guardi intorno, perché non ascolti il mare? È forte, e potente, invincibile nella sua immensità. Eppure anche lui a volte sciaguatta tranquillo e allunga piccole onde senza spuma come dita per accarezzare la sabbia dorata. Ma tu no. Tu mi costringi al frenetico avanzare, alla vertigine profonda di una corsa che non voglio, che non posso sostenere. C’è un’ansia insopprimibile nel tuo incalzare senza tregua il mio tempo.
Ma non è vero, credimi. Abbiamo anni interi che ci aspettano, anni da smangiucchiare a passo lento e tranquillo, anni da passeggiare lungo la riva di un lago, godendo di lunghissimi, infiniti istanti.
C’è tempo, vai piano, riposiamoci un poco. Non vedi il mio respiro affannato, la carotide che pulsa, le forze che mi vengono meno?

No.
Tu corri.
Rapido!

Insensibile al mio dolore, al lento venir meno della coscienza. Mi adagio sul letto per dare sollievo alla mia spossatezza, ma non c’è nulla che riesca a rallentare il tuo ritmo.

E allora batti, cuore maledetto, batti! Dà libero sfogo alla tua frenesia fino all’ultimo strozzato respiro, ladro di tutti i miei battiti futuri!

Io muoio adesso.