Non ricordava esattamente come era accaduto.
Max stava giocando con i suoi amici, orgoglioso mostrava i regali appena ricevuti. Dieci candeline sulla torta pannosa ancora rilasciavano una scia di fumo nell’aria, in un’atmosfera di festa che presto avrebbe assunto i contorni della tragedia… .
Poche ore dopo, il terribile responso del neurologo della terapia intensiva dove Max era stato portato in condizioni gravissime: emorragia cerebrale. Il suo unico figlio aveva mantenuto alcune funzioni vitali di base, avrebbe ripreso a respirare autonomamente e a comunicare con il mondo esterno dopo una lunga riabilitazione, ma la sua memoria era andata. Persa per sempre. I ricordi più belli di un’infanzia spensierata trascinati nell’oblio in un istante, nessun Cloud o caselle di memoria dove poterli recuperare. Nessun back-up.

Non avrebbe voluto farlo: tornare in quel mondo sotterraneo che lo aveva quasi ucciso. Nel dark web era solo “Memento”, il migliore a rubare ricordi scaricati da software illegali sviluppati con tecnologie militari sofistificatissime per poi rivenderli al migliore offerente, di solito uomini facinorosi, miliardari senza scrupoli in cerca di emozioni forti che potevano comprare qualunque cosa. E lui era in grado di esaudire ogni loro desiderio, distribuendo sogni, confezionando emozioni a caro prezzo. Le richieste erano le più varie: spesso superavano la fantasia in quanto a pratiche erotiche umananmente concepibili, il più delle volte travisavano ogni limite di violenza. La professione di ladro di ricordi gli era costata una condanna a quindici anni di libertà vigilata e una multa di due milioni di bitcoins, praticamente quasi tutto quello che aveva messo da parte. Poi era nato Max, frutto di una relazione con una prostituta poco accorta, che aveva accettato di partorire in cambio di “alcuni files” molto particolari, conservati in parti inaccessibili della Rete. E “Memento” si era rifatto una vita grazie a suo figlio. Tornare indietro sarebbe stato un tradimento della promessa fatta a se stesso e a Max, ma non aveva scelta. Non poteva sopportare il fatto che suo figlio sarebbe rimasto completamente paralizzato e senza nemmeno la possibilità di ricorrere ad una fuga, quella dei suoi ricordi più dolci.

Quei maledetti agenti dell’unità cyber crimini gli avevano preso tutto, ma quel microcomputer di sua concezione simile ad un bottone, inserito nel pigiama di Max, era ancora al suo posto. Lo inserì nel suo smartphone e digitò i codici di accesso generati dalla scansione della sua retina. Pochi secondi e il suo account si riattivò. “Memento” era tornato in quel mondo oscuro di pervertiti, maniaci e sadici assassini, ma per una buona causa e per una volta soltanto. Il tempo necessario a rubare i ricordi felici di bambini morti prima del tempo, di cui i genitori non avevano potuto accettare il distacco. Avevano speso tutto per mantenere viva la memoria dei loro piccoli e andare a nutrirsene nei momenti di bisogno, come i peggiori tossici in cerca della dose. Qualcuno di loro in seguito si era fatto saltare le cervella o riempito lo stomaco di barbiturici, ma a lui non interessava. Era un ladro della peggior specie allora, ora era cambiato. Selezionò alcune famiglie benestanti, compose un mix adeguato di amore genitoriale, giocattoli all’ultimo grido, dolci fidanzatine e amici fedeli, condito da successi sportivi, animali di compagnia, buoni voti a scuola, serie Tv e videogames…non tralasciò nulla, sottrasse il meglio che c’era e in quantità sufficiente per il suo Max. Ricordi vergini, intatti, incrollabili. Rifugio sicuro per la sua mente derubata da uno stupido, inconcepibile, incidente.

L’agente Doe ricevette un beep sul suo dispositivo neurale integrato, in dotazione solo agli agenti dell’unità cyber crimini. Un solo codice con un indirizzo IP. Si ridestò dalla poltrona in

cui era sprofondato, ancora impastato dai fumi dell’alcol. Ci mise un minuto di troppo per capire l’origine di quell’indirizzo, non poteva credere che fosse quello del peggior ladro di dati personali degli ultimi vent’anni. Lo credeva in una cella a marcire. Quando si trasportò sfruttando la trasmigrazione sensoriale sul luogo indicato, trovò solo un piccolo schermo, un telefono e qualcosa che assomigliava ad uno strano bottone.

Di “Memento” non c’erano tracce.

Ci era mancato poco. Aveva rischiato di consegnare Max ad un istituto per disabili gravi e lui ad una cella di massima sicurezza in un carcere extraplanetario, ma ne era valsa la pena. Nella loro nuova casa, a pochi metri dalle onde dell’oceano, Max respirava di nuovo con i suoi polmoni, adagiato su un lettino e con lo sguardo perso verso l’orizzonte. Sapeva che in quel momento stava rivivendo ricordi meravigliosi. Non avrebbe mai scoperto che non gli appartenevano.

Non si sentiva in colpa, l’ unica cosa importante era che suo figlio potesse avere ancora una speranza.