In quel periodo la famiglia Lesjief abitava a Nowa Huta un quartiere popolare di Cracovia, si erano trasferiti da Wavel dopo che il padre, Dmitro, aveva perso il lavoro come manager nel settore del commercio di materiale plastico, il suo licenziamento avvenne in maniera graduale, prima qualche ritardo con i pagamenti poi la chiusura dell’azienda senza alcun preavviso.
Dmitro, era il classico padre di quarant’anni che non aveva mai fatto mancare niente ai propri figli, era originario della periferia e sapeva benissimo cosa significasse essere poveri, sin da piccolo si era messo a studiare per riscattarsi e dimostrare il proprio valore, una persona molto sveglia, diventato adulto era riuscito ad entrare grazie ai suoi voti universitari nell’azienda che, fino a quel momento, l’aveva portato a diventare uno dei manager più ricchi.
Aveva conosciuto la moglie Anna, un po’più piccola di lui, in università. Erano il classico esempio di amore a prima vista. Si sposarono e dopo meno di un anno nacque Piotr, poi arrivarono la sorella Ioan e il fratello Ivor.
Avevano un tenore di vita molto alto ma, il licenziamento lo costrinse a chiedere prestiti ipotecando la tenuta nella quale viveva con tutta la famiglia.

I Lesjief iniziarono la loro nuova vita e la loro impresa familiare, sul lato orientale della periferia.
L’acquisto del padre era una vecchia fabbrica riutilizzata per garage, superato il grosso cancello c’erano due unità distinte, il garage e la casa.
Il figlio Piotr aveva acquistato quei due cani ad una fiera, sperava di ricavarci qualcosa facendone un allevamento ma, dopo qualche mese, era iniziato un calvario fra medicine e veterinari, impedendo così di realizzare quell’attività.
La prima volta che con la macchina, i Lesjief percorsero la strada che portava alla loro nuova vita, rimasero meravigliati dall’affluenza di gente che sui margini della strada li attendeva, come se stessero partecipando ad una gara ed il garage fosse il loro traguardo.
Un giorno, mentre erano in macchina, sul ciglio della strada notarono un vecchio banco frigo, in quel momento Dmitro ebbe l’idea di realizzare un piccolo alimentare sacrificando alcuni box contigui inutilizzati, da un suo amico recuperò un camioncino, alcune librerie e ritornò verso il banco frigo, portando tutto nel garage.
«Dmitro, questa tua idea dell’alimentare mi sembra un’esagerazione!» disse Anna mentre distribuiva i piatti.
«Perché dici così?» domandò lui.
«Hai visto il quartiere, dove troviamo clienti?»
«Tranquilla ho un piano, ho sentito dire che ci sono supermercati che vendono a stock, sto capendo dove fanno le aste per partecipare e comprare poca roba, ho preso il furgoncino per questo.» rispose lui cercando di rasserenarla.
«E se non bastasse?» domandò lei.
«Per prima cosa faremo prezzi bassi, poi faremo una spesa un po’ più corposa, comprando roba in scadenza e venderla al ribasso» fece lui.
«Non so, non mi convince, non rientreremmo nei costi»
«Non preoccuparti, ho già pensato a tutto» rispose.

Il suo progetto era molto ingegnoso, era un piano di famiglia, come lo definiva lui.
Aveva un ruolo per tutti, una volta acquistati i prodotti in stock come l’acqua e le bibite, si sarebbe servito del furgoncino per recuperare i prodotti in modo da non associarlo con la macchina che usava quotidianamente.
La moglie doveva recuperare la lista della spesa delle signore a cui faceva da bandante, oltre a segnalargli quale prodotto fosse in offerta e dove.
Conoscendo i prezzi degli alimentari e le dimensioni avrebbero diviso ciò da comprare con quello da rubare.
I figli avrebbero dovuto riempire di carta da giornale i propri zaini per poi riempirli con gli alimentari più maneggevoli, era un modo per non far scattare l’allarme al passaggio anti taccheggio.
La famiglia si sarebbe poi ricomposta in cassa, avrebbe pagato ciò che stava nel carrello e sarebbe uscita dal locale per poi non tornarci più nell’immediato.

Arrivarono con la GLA al parcheggio dell’ipermercato, il padre fece scendere la famiglia e si avviarono con tranquillità all’ingresso.
I cinque Lesjief entrarono, presero il carrello ed iniziarono il loro giro.
Piotr e Ioan si separarono girando per i reparti e reperendo la merce che gli era stata segnalata in precedenza.
Vicino ad uno scaffale c’erano delle mazze da softball, Piotr si soffermò a guardarle, gli ricordarono lo sport che aveva lasciato insieme ai suoi compagni, la sua vecchia vita ed un pizzico di nostalgia lo percorse.
Stando attento a non farsi vedere dai suoi familiari ne prese una, toccando le finiture di quel legno, l’impugno e simulò una battuta. Si accorse di essere stato visto da Ivor e, per evitare che anche i genitori si potessero infuriare, si affrettò a posizionarla dov’era.

«Che bella famiglia!» esclamò la cassiera.
«Grazie» rispose la madre.
«Signora sa, che con soli due zlote può avere questo per suo figlio?» fece lei alzando un modellino di bumblebee.
«Dai mamma, sono stato bravo oggi. Lo prendi?» fece il piccolo
«Va bene!» rispose la madre.
Il piano aveva funzionato, uscirono dall’ipermercato e tornarono alla macchina.

La sera stessa, durante il controllo della merce, mancavano al conteggio un centinaio di prodotti, per un valore di circa 10.000 zlote, dalla denuncia fatta venne recuperata la fotografia di Piotr, l’unico con un precedente.
Gli agenti, che arrivarono al garage, trovando il piccolo alimentari, lo misero subito sotto sequestro rilevando anche alcuni dei prodotti denunciati dal negoziante.
I Lesjief furono condotti in commissariato e raccontarono la loro storia stando bene attenti a dire che era la loro prima volta.
Con l’avvio dei giudizi, i Lesijev dovettero risarcire il locale e mettere a posto le loro attività, solo Piotr, invece, fu condannato ai lavori socialmente utili.
La loro vita poteva andare avanti, in quella strada che ormai era diventata la strada dei Lesjief.