“Cammina, non voltarti”
Cammino. Veloce. Sento il respiro affaticato uscire dal mio corpo, come non fosse mio, come se la mia testa fosse separata dal resto di me. Le gambe vanno veloci, portano con loro tutto il fardello del busto, ma non riescono a correre, è tutto troppo pesante per poterlo fare. Mi volto. Controllo se qualcuno mi segue. Ma dietro di me, c’è solo la strada buia, le luci al neon dei locali, dei lampioni e delle stelle di una città non mia.
Dove sono? Come accidenti sono arrivato qui? Chi sono?
Rallento per un attimo. Questa domanda mi trapana il cervello. Vorrei fermarmi per sempre, lasciarmi cadere da qualche parte e smettere di pensare a quello che ho fatto. Non posso averlo fatto davvero, non sono stato io…
“L’hai fatto invece! Sbrigati, cammina, o ti prenderanno”.
Perché l’ho fatto, come ho potuto?
“Dovevi difenderti. Se non l’avessi fatto tu, l’avrebbero fatto loro”.
è morto?
“Non lo so. Ora taci, cammina”
Sono giorni che lei mi accompagna. La voce. Per fortuna, se no sarei ancora più solo. E come potrei sopravvivere da solo, dopo aver ucciso qualcuno? Non so chi sia, non so da dove arrivi. Ma mi ha salvato la vita. è stata lei a dirmi che ero in pericolo, che qualcuno stava tramando per uccidermi. Poi, quel coltello conficcato nella schiena. Ho dovuto farlo, o sarei morto.
Ma sono in una città non mia, non parlo la loro lingua e anche se so di essere nel giusto, non so spiegarlo. Come potrei del resto? Loro hanno visto un ragazzino sferrare una pugnalata sulla testa di un altro. Solo questo. Credevo fosse un mio amico, eppure voleva farmi del male. Ho dovuto farlo, per legittima difesa.
Guardo davanti a me: la città scivola nella notte e nelle luci intermittenti. Mi danno fastidio gli occhi, mi viene da vomitare. In fondo, oltre un filare di alberi, vedo un lampeggiante.
“Nasconditi, presto. è la polizia. Ti prenderanno”.
Resto immobile. Una parte di me lo vuole. Essere preso. Sono solo un ragazzino, non ho fatto nulla di male.
“E allora come le spieghi quelle mani?”
Mi guardo i palmi, sono rossi di sangue rappreso.
“Tu hai ucciso”
Per difendermi, l’ho fatto per difendermi.
“Ahh, è pensi che ti crederanno? Pensi che crederanno a un ubriaco fatto di cocaina e assenzio?”
Non sono fatto.

“Certo che lo sei”
“Zitta!” urlo all’improvviso. La voce esce dal mio corpo, ma è come fosse dentro una caverna lugubre e buia. Tossisco, non sembra la mia. In un palazzo proprio sopra la mia testa, si accende una luce: qualcuno si affaccia alla finestra, ne vedo solo il profilo, un’ombra nera. Sembra il fantasma della morte. Chiede qualcosa nella sua lingua, forse vuole sapere se va tutto bene. Tento di annuire, di pronunciare un si. Ma appena ci provo, un conato mi assale. Vomito sul cemento, una sostanza puzzolente e liquida, alcool allo stato puro. Mi girà la testa, devo reggermi al muro del palazzo per non cadere. “Te l’ho detto, sei ubriaco fradicio. Nessuno crederà che l’hai fatto per difenderti, devi nasconderti”.
Ruoto la testa all’indietro, verso l’altro: alla finestra non c’è più nessuno. Sono così stanco, voglio dormire. Mi lascio cadere per terra, poi mi appoggio sul pavimento, rannicchiato in posizione fetale. Mi sento un bambino, e per istinto chiamo “mamma”.
“Cosa stai facendo, alzati”
Non l’ascolto, è solo una voce.
“Alzati, ho detto, stanno arrivando”.
Shhhhh, silenzio. Dico piano. So che è una voce, non so da dove arrivi. è reale come quella di una persona, ma viene da qualche posto che non so. è stata lei a salvarmi la vita, quando volevano rubare la mia, io ho dovuto rubare la loro. Non parla più, mentre scivolo piano nel sonno. Sono quasi al sicuro, ora, non sta accadendo nulla, quando mi sveglierò, sarà tutto un sogno. “Eccoli, stanno arrivando”
Mi sveglio di soprassalto, un uomo mi sta afferrando per il braccio, mi tira su e mi strattona. Lo lascio fare, come fossi un pupazzo vuoto. Indossa una divisa, un cappello da poliziotto, dice qualcosa che non capisco.
“Up, up” tenta di farsi capire e io capisco: vuole che mi alzi. Ma non ce la faccio, sono esausto.
“Please, spleep” dico, usando le poche parole che conosco in inglese. Ma quello mi solleva, di peso, mi afferra e mi tiene fermo con le braccia sotto le ascelle. Io mi lascio muovere, non protesto né faccio resistenza, sono un sacco vuoto, mi sento come se mi avessero frugato all’interno rubando tutto quel che prima era mio. Cosa, poi? Cosa c’era di mio, prima di oggi?
Un colpo al viso allontana tutti i pensieri. Mi brucia la pelle. Spalanco gli occhi: davanti a me, illuminato dalle luci della notte che l’avvolgono come l’areola di un santo, un altro poliziotto brandisce un manganello. Mi pesta ancora e ancora, urlando qualcosa nella sua lingua. Poi, insieme mi trascinano e mi infilano sul sedile posteriore di un’auto. La testa mi ciondola, pesa, la sento cadere, come se il collo non fosse più un collo ma una lingua di pelle sottile e gommosa. Mi ammanettano le mani al sedile e sbattono la portiera facendo un rumore sordo.
Poi silenzio.
“Ehi, ci sei?” chiamo, ma lei non risponde.

“Ehi, cosa facciamo adesso?” nulla, non c’è nessuno, nemmeno la voce. Quella che mi aveva salvato la vita una volta, ora ha deciso di abbandonarmi. L’auto parte. Sui sedili anteriori, i due poliziotti guardano la strada, incuranti della mia presenza. La radio gracchia qualcosa. La notte si fa ancora più notte.
Ho ucciso un uomo, che importa se l’ho fatto per legittima difesa. E che importa se sono solo un ragazzino. Il vomito e la testa pesante hanno rivelato la verità: aveva ragione la voce, ero fatto ancora una volta, anche qui lontano da casa, fatto di cocaina e assenzio. Fuori dal finestrino una città che non mi appartiene scorre esausta, come me: chissà se da lucido mi sarebbe piaciuta. Chissà se da lucido avrei ammazzato. che poi, io non lo so se è morto. Non so nemmeno se l’ho colpito. So solo che mi sento vuoto, come una casa in cui i ladri hanno rubato l’essenziale.
Ecco cosa c’era prima di oggi: c’era un ragazzo e la sua libertà.