A Giulio fotografare era sempre piaciuto.
Aveva sviluppato quella passione durante gli studi universitari in Fisica, quando un compagno di corso appassionato di fotografia aveva usato la sua reflex digitale per documentare alcune fasi di un esperimento. Al suo primo contratto come ricercatore era stata la prima cosa che aveva comprato e non ci aveva messo molto per imparare ad usarla. Fatto è che la passione per la fotografia gli si era attaccata addosso al punto che spesso girava per la città solo per fare foto. Dopo aver fotografato ogni punto della città che valesse la pena immortalare, per continuare a fare fotografie si era inventato una specie di gioco che consisteva nel fotografare, senza che se ne accorgessero, le persone che più lo colpivano tra quelle che incrociava. Che fossero lì per passeggiare, per fare shopping, per comprarsi un gelato, in bici, a piedi o seduti al finestrino di un tram, lui prendeva la sua macchina, li inquadrava nel teleobiettivo e… “click”, li immortalava nel suo archivio.
Un archivio privato, che non aveva nessuna velleità artistica ne voyeuristica, ma rappresentava il gioco innocente dell’immaginare, riguardandosi quelle foto, chi fossero davvero quelle persone, quale vita facessero, quali pensieri guidassero le azioni che Giulio bloccava in quel fermo immagine. Un gioco innocente, un archivio di cui mai avrebbe violato quelle intimità rubate per condividerlo con altri.
Anche quella sera era uscito a fotografare e nel rientrare a casa, richiusa la porta dietro di se con un giro di chiave, si era sfilato al volo le scarpe e con la macchina fotografica ancora al collo aveva aperto il frigorifero per bersi un sorso d’acqua direttamente dalla bottiglia, come gli piaceva fare. Tra la cucina e l’ingresso aveva montato uno di quei lunghi specchi a parete in cui ci si può vedere a figura intera e fu proprio nel passare davanti a questo che tutto accadde in meno di un secondo. Mentre afferrava la macchina fotografica per togliersela dal collo doveva aver premuto per sbaglio il pulsante della scatto, perché ad un certo punto la luce del flash, rimbalzando dallo specchio al suo sguardo, lo aveva accecato per un paio di secondi. La luce era arrivata talmente diretta nelle sue pupille, che per almeno un quarto d’ora l’ombra che quel bagliore aveva creato nel suo sguardo non era scomparsa completamente. Fu solo nel rivedere le foto scattate nella serata che si rese conto di quello che era successo: la macchina aveva aperto l’otturatore e scattato una fotografia, per cui nel mucchio di visi e momenti che quella sera erano rimasti intrappolati nella scheda di memoria, si trovò di fronte anche al suo viso in quella posa strana.
Quella foto era lì, davanti a lui, a riempire completamente lo schermo; quello sguardo così sorpreso, incredulo, di chi non si aspetta che quell’istante di se venga catturato e fissato per sempre in una immagine.
Giulio era davanti a quella foto, scattata per caso e la sua razionalità vacillava di fronte ad una immagine di se stesso che non riusciva a riconoscere: era come se fosse la fotografia di un’altro, che gli somigliava, certo, ma che nel profondo intimo dello sguardo, non era lui.
Abbassò nervosamente lo schermo del computer sbattendolo contro la tastiera nel chiuderlo e cominciò a passeggiare avanti e indietro con il respiro accelerato.
Non era lui, non era una sua foto!
La sua mente di uomo di scienza cominciò a cercare di elaborare una risposta logica, razionale, che potesse tranquillizzarlo, ma più passavano i secondi e più la paura in lui cresceva, per la consapevolezza che era successo qualcosa, che nulla era più com’era prima di quello scatto inaspettato.
Entrando in casa aveva acceso la sua musica preferita, ma improvvisamente quella musica non è che gli piacesse così tanto. Ma com’era possibile? Non sentiva suoi i mobili e i quadri. Appeso all’ingresso c’era un cappotto e continuava a chiedersi perché mai lo avesse comprato visto che non lo avrebbe indossato nemmeno sotto minaccia!

Quello non era lui! Ma forse il problema non era la fotografia, qui era esattamente il contrario del caso di Dorian Gray: l’immagine nella foto era l’originale ed era lui ad essere solo la copia modificata! Pensò alle tradizioni dei popoli antichi come i Kuna, i Quecha, che non volevano essere fotografati perché temevano che quell’immagine potesse rubare loro una parte della loro vita o finanche la loro intera anima, mutandoli in mostri.

La testa cominciò a girargli, come quando si è bevuto abbastanza per non essere totalmente lucidi, ma non abbastanza per essere completamente ubriachi.
La ragione lo portò velocemente sul binario delle sue ricerche: la fisica quantistica, le teorie sulla mente quantica e su come ogni singola azione che si compie possa teoricamente influenzare tutto il resto delle azioni che avverranno nel futuro nell’Universo.

E se fosse stato davvero così? Quella foto presa a tradimento di se stesso da se stesso, gli aveva tolto davvero qualcosa? Perché si sentiva diverso dopo quello scatto?
E se era così, allora, tutte quelle foto scattate di nascosto negli anni potevano aver tolto anche alle sue vittime quel qualcosa? Davvero poteva aver in quel modo derubato tutte quelle persone di una parte della loro vita, della loro anima?

Un assurdo senso di colpa iniziò a permeare Giulio, ma era un uomo di scienza e dopo qualche secondo pensò che erano discorsi assurdi, che la sua fantasia probabilmente aveva navigato troppo quella sera, suggestionandolo.
Sorrise mentre richiudeva lo schermo, stavolta dolcemente.

Si avviò verso il frigorifero, per prendersi il suo solito yogurt serale e fu lì, portandosi il primo cucchiaino alla bocca, che iniziò a chiedersi perché avesse comprato tutto quello yogurt nel pomeriggio, visto che proprio non gli piaceva.