Le mani sui capelli di Sabina Dal Zovo – Ladri di Notte

Mi chiamo Giovanni. Ho sette anni appena compiuti e da ieri mi hanno rubato il mio papà.
Non me ne sono accorto subito. Nel pomeriggio sono tornato da scuola con un po’ di mal
di testa. È stato per colpa dell’ultimo esercizio di matematica che la maestra Carla ci ha
fatto completare prima della fine della lezione. Appena ci ha consegnato il foglio me lo
sono letto due volte e poi ho iniziato a mettere le crocette per svolgerlo. La matematica
proprio non mi piace, ma la maestra è sempre tanto gentile con me e io non voglio che lei
se ne accorga. Ho finito l’esercizio in tempo e lei mi ha detto che sono stato bravo. Mi ha
dato come voto otto più e lo ha scritto con la matita verde e io ho messo per bene il foglio
dentro il quaderno a quadretti per mostrarlo a papà, una volta arrivato a casa.
Solo che lui non c’era.
Al suo posto ho trovato Teresa, una cara amica di mamma. Lei non è simpatica come la
maestra Carla. Quando viene a trovarci mi passa sempre le mani sui capelli come se avessi
ancora tre anni. È una cosa che non sopporto, infatti mi sposto sempre di lato e le metto
su il broncio. Strizzo forte gli occhi per farle capire che mi dà fastidio ma non funziona:
inizia a ridere forte e mi dice che sono tanto simpatico. Anche ieri appena sono entrato in
casa mi ha accarezzato la testa, ma stavolta non ha riso quando mi sono spostato. Aveva
una faccia seria, gli occhi lucidi e gonfi. Ho pensato che forse aveva litigato con suo
marito. L’ho sentita una volta che raccontava a mamma che quando le si brucia la pasta
al forno lui si arrabbia. “Speriamo però che non l’abbia portata per darmela da mangiare
a pranzo!” mi son detto.
Le ho chiesto dove era papà, perché lui sta sempre a casa ad aspettarmi quando rientro da
scuola di pomeriggio. Mi riaccompagna il mio amico Pietro con suo nonno in automobile,
perché casa mia è a due passi. Abitiamo tutti e due vicini, sono solo due strade di distanza.
Mi sono ripromesso che appena potrò girare in bici da solo andrò a trovarlo tutti i
pomeriggi. Mentre aspetto di crescere lui viene a scuola con noi la mattina e io ritorno
con lui e suo nonno di pomeriggio. Papà lo trovo sempre in piedi ad attendermi davanti
all’ingresso. Qualche volta mi prepara le polpette al sugo di pomodoro e menta, il
profumo si sente fin dalla strada. Poi mi lascia anche fare la scarpetta col pane fresco,
quello che compra dal fornaio dietro l’angolo.
Ieri mi sarebbe piaciuto moltissimo festeggiare così il voto di matematica, ma lui non
c’era.
Teresa, a vedermi, mi ha soltanto accarezzato di nuovo la testa e stavolta l’ho sopportato.
Anche perché sul tavolo c’erano le mezze penne fumanti col tonno e non la pasta al forno
bruciata.
Ho mangiato in fretta, ho sempre abbastanza fame quando rientro da scuola. Poi ho tolto
il quaderno di matematica dallo zaino e l’ho sistemato sul tavolo dal lato vicino alla
finestra. È un posto che mi piace, il vetro è diviso in piccoli riquadri e quando arrivano le
feste di Natale li riempiamo sempre di adesivi con le renne, pacchetti regalo e i fiocchi di
neve. C’è una piccola mensola all’esterno, dove mamma sistema i gerani rossi. Papà
allunga sempre lo sguardo verso i fiori al suo rientro; ero sicuro che mettendo lì il
quaderno, lo avrebbe visto subito.
Solo che non è tornato.
Dopo qualche ora invece è arrivata mamma. Per tutto il pomeriggio avevo continuato a
girarmi verso l’orologio mentre giocavo con la Playstation. Poi avevo disegnato e finito
le schede di grammatica e da ultimo mi ero seduto a giocare coi Lego. Mentre il tempo
passava avevo chiesto un paio di volte l’ora anche a Teresa, ma lei pareva davvero molto
distratta e mi aveva risposto solo “è ancora presto”. A me non sembrava perché fuori
intanto si era fatto quasi buio e di solito loro non rincasavano mica così tardi.
A un certo punto ho sentito la chiave girare nella porta di casa e ho pensato “Ecco papà e
mamma che ritornano”.
Ma papà non c’era.
Mamma è rientrata da sola, aveva i capelli spettinati e gli occhi lucidi come Teresa.
“Dov’è papà?” le ho chiesto subito e lei mi ha abbracciato forte. Poi ha sorriso e mi ha
detto che lui avrebbe fatto molto tardi quella sera, perché in officina lo avevano
trattenuto per un problema urgente. Non so perché ma non mi ha guardato in faccia
mentre lo diceva, però anche lei mi ha accarezzato piano la testa. Sembrava che volesse
piangere.
Sai che ti dico? Quando sarò grande mi piacerebbe trovare un lavoro di quelli che non
ritorni a casa tardi la sera. Come il fornaio vicino casa nostra. Ogni giorno al rientro da
scuola con Pietro e suo nonno vedo la saracinesca abbassata e il lucchetto inserito. Sul
cartello degli orari c’è scritto in stampatello “APERTO DALLE 7 ALLE 14”. Ecco questo
è un orario perfetto per un papà! Sono sicuro che se il mio lavorasse con questi orari la
mamma non piangerebbe mai.
Dopo cena mi era passato il mal di testa finalmente; mamma e Teresa mi hanno permesso
di giocare con i Transformer, poi mi sono infilato nel letto. Avevo sonno però volevo
riuscire a restare sveglio per salutare papà. Prima o poi sarebbe entrato in casa per forza,
mica poteva dormire in officina, Ci sono andato una volta là dentro, sembra un piccolo
covo e non c’è nemmeno una brandina!
Sentivo mamma che parlava a voce bassa in salotto, non si capiva neanche una parola.
Era al telefono con lo zio, per un momento ha alzato la voce e sono sicuro che ha nominato
anche i Carabinieri. Mi è venuto in mente il nonno di Pietro, lui è stato un Carabiniere da
giovane.
Alla fine però mi sono addormentato con accanto il mio pupazzetto robot, proprio quando
mi sembrava di aver sentito tante volte il nome di papà alla televisione. Mi sono sbagliato
di sicuro, perché lui non è mica un tipo famoso.
Senti, facciamo così: metto giù la penna e smetto di scrivere perché adesso devo andare
a scuola.
Ho un po’di paura di uscire dalla mia stanza perché mamma sta ancora piangendo e non
sento ancora in casa la voce di papà.
E nemmeno il suo profumo.

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