Lo sBARre di Daniele Marassi – Ladri di Notte

Ludovico correva da una ventina di minuti e non ce la faceva più. Svoltò l’angolo con via del Bosco,
il portafoglio gli scivolò dalle mani ma non perse tempo a raccoglierlo. Si lanciò giù dalle scale che
conducevano nella piazzetta e girò in via Alberti. Rallentò. Mise i soldi nella tasca interna del giubbotto e tirò su la lampo, si sistemò i capelli biondi dietro le orecchie e proseguì a passo lesto verso la
sua meta.
Ludovico boccheggiava, anche se faceva un gran freddo quel giorno e la bora soffiava rabbiosa,
lui era in un bagno di sudore per lo sforzo. Era stata una giornataccia: il capo lo aveva strapazzato a
dovere, l’auto lo aveva lasciato a piedi e aveva scoperto che la sua ex, dopo sole due settimane da
quando avevano rotto, se la faceva già con un altro.
Prese via Foscolo. Ed eccola appesa al muro, la lanterna in ferro battuto che custodiva un lumino
bianco e fiacco. Il suo cuore si calmò, lui accelerò ancora il passo. Un ultimo sprint. Si ritrovò davanti
all’ingresso del pub, “sBARre” indicava la scritta in rilievo sopra la porta dai vetri oscurati.
Fu accolto da una vampata di calore quasi palpabile, dovuta non solo al cambio di temperatura.
Quel locale era casa, un luogo accogliente che non lasciava entrare i problemi e le preoccupazioni,
aveva il potere di farlo sentire bene. Gioì per il livello di chiacchiericcio dei clienti seduti ai tavoli di
legno, li conosceva tutti. I più lo accolsero sollevando verso di lui i boccali di birra, mentre dalla
saletta in fondo provenivano gli schiamazzi di quelli che giocavano a biliardino, il rumore secco della
pallina che sbatteva sui bordi di plastica dura arrivava fin lì. Non vide Fabio, però.
«Ciao, Ludo.» lo salutò il barista. «Il solito?»
«Grazie, Claudio. Il capo dov’è?»
L’altro alzò le spalle.
Lui si tolse la giacca e la appese all’attaccapanni vicino all’ingresso, recuperò i soldi dalla tasca
interna. Si sedette su uno sgabello al banco e li contò. Un pezzo da cinquanta e uno da venti. Poca
roba, ma sufficiente per farsi una bevuta e saldare il credito della settimana. Sorrise di nuovo, mentre
gli veniva servita la birra. Non fece in tempo a bere due sorsi che udì in lontananza sirene spiegate,
farsi sempre più vicine. Si fermarono fuori dal pub e si spensero, nello stesso momento in cui calava
il silenzio anche tra i clienti. No, non era un’ambulanza o il camion dei pompieri.
La porta d’ingresso si spalancò ed entrarono due giovani poliziotti, uno con i capelli castani pettinati all’indietro e uno rasato, sguardi duri, mani nei passanti dei calzoni. Lanciarono occhiate a tutti
i presenti.
Ludovico fece finta di niente, continuò a sorseggiare birra.
«Buonasera, agenti. Posso offrivi qualcosa?» li accolse il barista, che stava asciugando un bicchiere
con uno straccio.
Quello castano avanzò verso il banco, si mise vicino a Ludovico. «Cerchiamo un uomo sulla trentina. Alto un metro e ottanta, capelli biondi lunghi fino alle spalle, barbetta incolta. Poco più di
mezz’ora fa ha rapinato un’anziana. Il drone lo ha ripreso mentre si dileguava da queste parti.»
«Qui non è entrato nessuno.» disse il barista.
Ludovico sentì i passi degli stivali sul pavimento di legno, percepì una figura dietro di sé. Di certo
era l’altro sbirro. Quello che aveva parlato si girò verso di lui.
«Tu ne sai qualcosa, biondino?» Il poliziotto gli toccò la manica della maglia. «Tutto sudato. Dai,
vieni con noi, così te ne stai un po’ al fresco.»
Merda! L’agente dietro di lui lo afferrò per un bicipite, una presa ferrea e dolorosa. Cercò di divincolarsi. «Vi state sbagliando, io non ho fatto nulla!» protestò.
«Come no. Intanto vieni con noi.»
«Non è giusto!» tuonò qualcuno. «Non ha fatto niente!» protestò qualcun altro.
«Ragazzi, state prendendo un granchio.» insisté Claudio, che uscì da dietro il balcone e andò verso
di loro. «Lui è qui dall’ora di apertura.»
«Non impicciarti.» lo ammonì quello rasato. «Altrimenti te ne vieni anche tu in questura con noi.»
Ludovico abbassò il capo. Nemmeno gli piaceva rubare, lo faceva per sport, perché era fottutamente bravo. Durante i suoi colpi, faceva sempre attenzione a che nessuno si facesse male. Alla vecchia aveva solo sfilato il portafogli dalla borsa aperta. Era stato quasi stato un invito a farlo. Incrociò
lo sguardo con alcuni clienti, una platea di bocche spalancate. Si guardò ancora intorno per cercare la
salvezza. La trovò, stava uscendo dal bagno.
«Lasciatelo.» Alto, massiccio e con i capelli neri raccolti in una coda di cavallo, raggiunse i tre a
passo pesante. Indossava stivali da motociclista, jeans strappati sulle ginocchia e una camicia a quadri
rossi in flanella.
«E chi lo dice? Dai, torna a pettinar le bambole!» esclamò lo sbirro e si lasciò sfuggire una risata.
L’uomo massiccio sfilò qualcosa dalla tasca. «L’ispettore Fabio Macor. Dicevi?» e mostrò il tesserino di riconoscimento.
I poliziotti si lanciarono un’occhiata, quello rasato deglutì.
«Lasciatelo, se non volete fare una figuraccia. È qui da più di un’ora.»
I due sbirri mollarono la presa, i volti paonazzi, manco avessero corso loro per venti minuti. Ludovico lesse suoi loro volti la vergogna. Si spazzolò con le mani le maniche della maglia e tornò a
sedersi al banco. Li osservò di nascosto mentre stavano per andarsene quando Macor intervenne di
nuovo.
«Avete concluso così? Non verificate la mia identità? Novellini! Dai, andate alla volante e aspettatemi.»
I due uscirono e Ludovico si ritrovò lo sguardo di Macor piantato in fronte.
«Quanto hai tirato su?»
«Settanta euro.» sussurrò.
«Sei un coglione, fratellino.» Fabio scosse la testa e uscì.
Ludovico rise e strinse il pugno in segno di vittoria. Sapeva che sarebbe avvenuto il miracolo, non
sarebbe potuta andare diversamente: lo sBARre era casa sua, il suo covo.

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