• Aprile 12, 2026 9:53 pm

Isole e continenti – Vita a spicchi

DiGiulia Pagani

Feb 13, 2026

Giulia Pagani inaugura così la sua rubrica Vita a Spicchi: una riflessione sul valore dello sport e degli insegnamenti che il basket può donare a tutti noi.

Sono le nove del mattino. Milano è fredda ed assonnata, ed io mi sto dirigendo silenziosa verso
l’ingresso del parco Trotter, pronta per una nuova giornata di lavoro.

Maestra Giulia?

Una voce mi desta improvvisamente dai miei pensieri: è un maestro della scuola, uno dei tanti volti
che popolano questo universo a parte che frequento. Mi giro distratta e gli rispondo. Lui si presenta
veloce, poi una domanda:

Verresti a raccontare ai miei bambini cosa vuol dire fare l’allenatrice?

Mi spiega che stanno lavorando ad un progetto, e che tante donne sono già passate per la loro aula a
raccontare esperienze di vita. Accetto, a metà tra preoccupazione e entusiasmo.
Poi i giorni passano e la data concordata arriva.
Mi dirigo verso il loro padiglione, varco la soglia e mi ritrovo nella loro classe. I banchi sono
disposti ad isole, la cattedra relegata in un angolo, simbolo di una didattica fatta per stare in piedi e
farsi parte di un viaggio, più che semplice direzione da seguire.
È una quinta elementare, ed i ragazzi mi sembrano grandissimi rispetto ai bimbi con cui divido le
giornate scolastiche.
Respiro e sorrido.

Le prime domande sono semplici, avevo anche provato il ritornello a casa per arrivare preparata: mi
chiamo Giulia, ho venticinque anni e per diciotto di questi ho tenuto la palla da basket tra le mani.
Prima, solo come giocatrice. Poi, un giorno, mi sono accorta che non mi bastava più essere solo
quello. E così, in maniera assolutamente naturale, ho iniziato ad allenare.
I ragazzi sono molto incuriositi e mi incalzano con mille quesiti. Guardo i loro occhi, sono poco più
che bambini: hanno quell’età meravigliosa in cui il mondo sembra non toccarli, e ti danno
l’illusione che tutto sia sempre possibile.

Man mano che trascorriamo il tempo insieme, le domande si fanno più difficili. Parliamo di paure,
di difficoltà, di ingiustizie. Parliamo di sogni. Proprio così, perchè se c’è una cosa che ho imparato
negli anni facendo questo lavoro è che i sogni dei ragazzi sono giganti, ed io mi auguro ogni giorno
di poterne essere all’altezza. Questa è la più grande fortuna e responsabilità che devo affrontare
ogni volta che entro in palestra. Allenare è scorgere negli occhi di chi si ha di fronte sogni e
speranze, dargli spazio ed averne cura mettendo in conto che ci saranno anche i giorni di tempesta, i
giorni in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato. L’importante sta nel riconoscere e
trasmettere che questi, buoni o pessimi che siano, fanno tutti parte di un percorso, e che quello è più
importante dei singoli inciampi verso la meta.
Il tempo ticchetta veloce, quando una domanda un po’ bizzarra irrompe nel silenzio:

Hai un aforisma?

Guardo il bambino in prima fila perplessa, non sono sicura di aver capito dove vuole andare a
parare.

Intendo se hai una frase che ti rappresenta o che ti piace.

Prendo il gessetto in mano, e scrivo sulla lavagna la prima parte di una famosa poesia di John
Donne, che qui riporto per intero perché ritengo sia meravigliosa.

Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso;
Ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
la Terra ne sarebbe diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

“Nessun uomo è un’isola”: questo è il più grande insegnamento che mi ha donato la Pallacanestro,
e che spero di riuscire a trasmettere ai ragazzi e alle ragazze con cui ogni giorno entro in contatto.
Non siamo soli perchè siamo parte di un tutto in cui ogni individualità è fondamentale, e proprio in
questo tutto ognuno può trovare il proprio posto. È la più grande fortuna e responsabilità che
abbiamo.
Ma il tempo corre via veloce, e la campanella scandisce inesorabile la fine della nostra
chiacchierata. Mi sorridono e mi ringraziano, ma forse gli sono più grata io per la luce che ho visto
nei loro occhi. Lascio il loro padiglione, in lontananza il suono delle merende scartate e delle loro
risate, i primi palloni lanciati in aria nonostante il rigido freddo invernale.
Mi allontano, consapevole che nella vita che mi sono scelta, non potrò mai più essere un’isola.

Chi sono

Mi chiamo Giulia, ho ventisei anni e sono una letterata “atipica”.

Divido le mie giornate tra un campo da Pallacanestro e le aule di scuola, con la grande sfida comune di coltivare i sogni che vedo negli occhi delle mie ragazze e dei miei bambini.

Nelle pagine dei miei testi proverò a raccontare questa dicotomia
invisibile, con la speranza di regalare uno scorcio su questo universo singolare.

Di Giulia Pagani

Mi chiamo Giulia, ho ventisei anni e sono una letterata “atipica”. Divido le mie giornate tra un campo da Pallacanestro e le aule di scuola, con la grande sfida comune di coltivare i sogni che vedo negli occhi delle mie ragazze e dei miei bambini. Nelle pagine dei miei testi proverò a raccontare questa dicotomia invisibile, con la speranza di regalare uno scorcio su questo universo singolare.

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