L’ultimo allenamento prima di una partita importante, di una “gara secca”, ha un sapore tutto suo. È qualcosa che è nell’aria, un sapore di sfida che è difficile da raccontare a parole e che è Itaca
Un passo. Poi un altro. Cambini è silenziosa, le sue tribune vuote e il sole tipico di marzo penetra dalle vetrate. Non c’è nessuno in tribuna. Nessuno a bordocampo. I palloni sono chiusi nella cesta. Ogni passo sul parquet rimbomba.
Sembra un normale venerdì di allenamento, come ce ne sono stati circa ventotto prima di lui. Ma questo non è come gli altri.
Perchè l’ultimo allenamento prima di una partita importante, di una “gara secca”, ha un sapore tutto suo. È qualcosa che è nell’aria, un sapore di sfida che è difficile da raccontare a parole. Poi le ragazze arrivano, la palestra si popola e l’allenamento incomincia.
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In questi giorni ho ripensato tanto a quell’ultimo venerdì di allenamento. Perchè alla fine, quando la “gara secca” arriva e il risultato è una sconfitta, il rumore di quello che avrebbe potuto essere è assordante.
Me le ricordo bene queste sensazioni, da giocatrice. Come ricordo bene la sensazione che si ha quando il risultato ti sorride e tutto acquista un senso chiaro. Ma ora che sono dall’altro lato, ora che non porto solo il peso dei miei sogni ma anche quello di ragazze che, infondo, hanno solo diciassette anni, la prospettiva che mi si para davanti è totalmente diversa.
Prima della partita, abbiamo proposto loro una poesia di Kavafis, perchè nella Letteratura spesso si possono trovare le parole che fanno per noi, anche se chi le ha scritte viveva realtà ed emozioni molto lontane dal nostro presente. Si intitola Itaca, e ne riporto l’estratto che abbiamo presentato:
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
Kostantin Kavafis
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
[…]
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
In queste righe, Kavafis utilizza il tema del viaggio e ne fa metafora dell’esistenza esemplificando un concetto tanto semplice quanto dimenticato: la meta acquista valore tramite il percorso, vero custode di ricchezza.
Nella Pallacanestro, e nello sport in generale, questo assume un valore ancor più forte. Tutti noi abbiamo la nostra Itaca, ma essa può assumere valore solo attraverso il percorso, attraverso quel viaggio che porta con sè allenamenti, vittorie, cadute e risalite.
Ora la palla sul parquet ha smesso di rimbombare, non si sentono più le grida di chi ha vinto, i volti delusi di chi ha perso hanno preso la strada degli spogliatoi. Siamo sedute a lato del campo, il
silenzio si è fatto assordante, ed è giusto che sia così. È giusto sentire addosso questo momento, perchè la meraviglia della sport è fatta anche di questo.
Ma domani, domani il pallone ricomincerà a rimbombare. Le retine accoglieranno nuovi tiri. Ci saranno nuovi cinque battuti e nuove mani che si intrecciano. Ci saranno nuovi venerdì di allenamento, occhi a cui è nostro compito indicare la via. Perché, alla fine, le strade per Itaca non sono ancora finite.
