Il cambiamento ha un costo e la cultura, a Milano, sembra essere diventata una voce di un budget che non è stato condiviso con i cittadini.
La città di Milano è stata spesso identificata come un luogo in cui la cultura ha la forza di diventare baluardo di indipendenza. Eppure stiamo assistendo ad una lenta e inesorabile trasformazione. Mai, come in questo periodo la cultura, e il fare cultura, sembra essere diventata la voce di un budget che non è mai stato condiviso con i cittadini. Così ho selezionato tre notizie che in questo mese di marzo hanno segnato il panorama culturale, e i dibattiti, milanese: l’imminente chiusura della storica Libreria Hoepli, la trasformazione della Biblioteca Sormani e la chiusura della casa editrice Carbonio.
Sormani non chiude davvero. Ma Milano sta perdendo qualcosa
La Biblioteca Sormani non chiude. O almeno, non del tutto. Continuerà a esistere come spazio culturale, ospiterà eventi, mostre, incontri. Ma non sarà più il cuore pulsante del sistema bibliotecario milanese. E questo, al di là delle formule rassicuranti, è già una perdita.
La motivazione è chiara: con l’arrivo della BEIC – Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, le attività bibliotecarie verranno trasferite altrove. Più spazio, più servizi, più modernità. Tutto legittimo, tutto comprensibile. Ma anche profondamente rivelatore.
Perché la domanda non è se la BEIC sarà migliore. La domanda è: cosa succede quando una città decide che il suo luogo simbolico della lettura non è più centrale? Quando una biblioteca storica diventa “contenitore culturale”, mentre la funzione viva — quella quotidiana, fatta di studio, consultazione, silenzio — viene spostata altrove?
La Sormani non è solo un edificio. È stata per generazioni un presidio democratico del sapere, un luogo accessibile, vissuto, attraversato. Trasformarla in uno spazio per eventi rischia di svuotarne il senso più profondo, quello meno visibile ma più necessario.
Milano guadagnerà una grande infrastruttura culturale. Ma potrebbe perdere qualcosa di più sottile: il rapporto intimo tra i cittadini e un luogo che non chiedeva nulla, se non di essere abitato.
E allora forse la vera questione non è architettonica, né organizzativa. È politica, nel senso più alto del termine: che idea di cultura pubblica stiamo costruendo? Una cultura da frequentare ogni giorno o da visitare, di tanto in tanto?
La Sormani resterà aperta. Ma non sarà più la stessa. E nemmeno Milano, forse, lo sarà.
Hoepli non è solo una libreria. E Milano rischia di accorgersene troppo tardi
La possibile chiusura della Libreria Hoepli viene raccontata, anche stavolta, come l’ennesimo effetto inevitabile dei cambiamenti del mercato. Vendite online, nuove abitudini, costi crescenti. Tutto vero. Tutto già sentito. Eppure ridurre Hoepli a un problema di bilanci significa non capire cosa si sta perdendo.
Perché Hoepli non è mai stata una semplice libreria. È stata un presidio culturale, un luogo di orientamento nel sapere, uno spazio dove la profondità aveva ancora cittadinanza. Tra i suoi scaffali si è formata una parte della classe intellettuale e professionale della città, ben prima che gli algoritmi decidessero cosa leggere al posto nostro.
La sua eventuale chiusura, o l’acquisizione da parte di Mondadori, non è solo un segnale di crisi del settore librario. È il sintomo di una trasformazione più radicale: la progressiva espulsione dei luoghi della conoscenza dal centro della vita urbana.
Milano continua a investire in grandi progetti, in nuove centralità, in spazi spettacolari. Ma intanto perde — pezzo dopo pezzo — quei luoghi silenziosi e fondamentali che costruiscono una comunità culturale nel tempo. Luoghi che non fanno rumore, non generano eventi, ma producono senso.
Il punto non è opporsi al cambiamento. È chiedersi che tipo di città resta, quando tutto ciò che non è immediatamente redditizio viene messo in discussione.
Chiude una libreria storica, e la risposta è sempre la stessa: “i tempi cambiano”. Ma i tempi non cambiano da soli. Sono il risultato di scelte. E ogni scelta ha un costo.
Milano rischia di diventare una città sempre più efficiente, sempre più attrattiva, sempre più internazionale. E sempre meno capace di custodire i propri luoghi simbolici.
Quando anche librerie come Hoepli diventano sacrificabili, forse non è il mercato ad aver vinto. Forse è la città ad aver smesso di difendersi.
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