• Maggio 15, 2026 1:36 pm

Torino. Una città e il suo destino letterario. Aspettando il Salone internazionale del libro

DiAntonella Gonella

Mag 13, 2026

Antonella Gonella firma questo speciale molto interessante su Torino e il suo destino letterario. Preparandosi al Salone del Libro di Torino.

Circa due secoli fa, anno più anno meno, Torino è molto simile a un paese dei balocchi per i lettori di tutti i tempi. Austera, sabauda fino al midollo, poco nota come meta turistica e francese per vocazione, possiede già l’aria di mistero che la caratterizza anche oggi come ambientazione letteraria perfetta. Ci sono il Museo Egizio, simbolismi, spiritualità, una buona dose di leggende cittadine e di magia che prospera tra la sua pianta ortogonale e il rigore dei viali alberati. Il Salone Internazionale del Libro (che nel 2026 compie 38 anni) è ancora lontanissimo, ma esiste quel legame indissolubile con la parola scritta che nel 1800 porta in Piemonte intellettuali da tutta Europa. E oltre. Gli scrittori sono celebrità ante litteram, contesi tra salotti e dimore della buona società piemontese, tra curiosità e distacco tutto sabaudo. Molti soggiornano in piazza Castello: simbolo di lusso raffinato e atmosfere rarefatte, il Grand Hotel Europa è tappa obbligata e indirizzo torinese per i viaggiatori di passaggio. Facile immaginare gli ospiti mentre scendono dalle vetture impolverate, accolti dal personale dell’albergo, tra arredi d’epoca, volte affrescate, Moet & Chandon servito fresco con ghiaccio del Monviso. E poi intenti a passeggiare all’ombra dei portici in centro, o seduti in uno dei tanti caffè delle città, così parigina per abitudini e svaghi.

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In piazza Castello nel giugno 1857 puoi incontrare Lev Tolstoj, reduce dalla guerra di Crimea (allora, come oggi, zona contesa) impegnato nel suo viaggio ad occidente. Ha appena valicato il passo del Moncenisio, a piedi rigorosamente, perché il padre della letteratura russa conosce il valore dei confini e dei gesti, per poi risalire in carrozza alla volta di Torino. Nel diario di viaggio dove registra tappe ed emozioni cita Chivasso, Ivrea. E il capoluogo: “dappertutto si può vivere, e bene”. E ancora: “aria pura e rarefatta … Aromi, odori di segala e melissa, canto di cuculo sui monti”. Incontra Camillo Benso, conte di Cavour, eminenza grigia del regno sabaudo e visita il Museo Egizio che definisce Museo delle Statue, restandone impressionato. Non è il solo. Come lui anche Gustave Flaubert che ammira l’Armeria Reale. La città delude invece il creatore di Madame Bovary: “la più noiosa del mondo, se si escludono Bordeaux e Yvetot”. Non si può piacere a tutti.

Il compito di vivacizzare l’ambiente spetta ad un altro francese, scrittore di razza: Honoré de Balzac che a Torino arriva nel 1826, per i buoni auspici di una delle sue ammiratrici, la contessa Visconti Guidoboni. La signora gli offre aiuto economico in un momento difficile: è oberato dai debiti e i creditori non gli concedono tregua. Così lascia Parigi per il Piemonte. A Torino arriva in agosto e pernotta all’Grand Hotel Europa, di fronte a Palazzo Madama e Palazzo Reale. Frequenta salotti e ricevimenti, è accolto ovunque, ovunque invitato. Lo accompagna un ragazzo: “Marcel, il mio segretario”, lo presenta lui. Ma è la sua ultima conquista, Caroline Marbouty, moglie di un alto funzionario di Limoges. Gli abiti maschili e il taglio di capelli ingannano pochi. Restano 12 giorni. Poi lo scandalo rischia di travolgerli e riparano a Milano. Lui dirà: “mi sono sentito piemontese pour un moment”.

Di come finisce con Friedrich Nietzche è cosa nota. Eppure tutto sembra andare a meraviglia, almeno agli inizi, a giudicare da una lettera del 1888: “Ecco una città secondo il mio cuore. Anzi, la sola”. Cita i caffè, il panorama delle Alpi dal centro, la luce. Ciononostante la follia lo raggiunge tra i palazzi barocchi. Una targa in via Carlo Alberto ricorda la sua permanenza nell’appartamento preso in affitto dove scrive e compone musica. 

Più pragmatico Herman Melville, una permanenza di poche ore nel 1857 e un giudizio lapidario: “Torino è più regolare di Filadelfia … operai e povere donne che prendono la misera colazione in eleganti caffè”. Mentre Alexandre Dumas non si batte: anche lui soggiorna in piazza Castello, 3 anni dopo. Conosce già il Piemonte, grazie ad un precedente viaggio: tanto da scrivere un romanzo dedicato ai Savoia. E anche il suo Conte di Montecristo sembra nato qui: ad ispirarlo la storia di un calzolaio del sud della Francia accusato di spionaggio e incarcerato nel Forte di Fenestrelle. Comunque sia, a Torino incontra Giuseppe Garibaldi e ne sposa la causa, tanto da decidere di seguirlo nell’impresa dei Mille. Memorabile il suo commento, che non smentisce il gusto per la tavola e la vita che ne accompagna l’intera esistenza: “Tra le cose belle e buone che ho trovato a Torino, non dimenticherò mai il bicerin, quell’eccellente bevanda al caffè, latte e cioccolato, che viene servita in tutti i caffè ad un costo relativamente basso”. Come non essere d’accordo?

E poi Henry James, Mark Twain, Stendhal, Giacomo Puccini, Carlo Goldoni, per citare solo alcuni degli ospiti più noti. Stand, presentazioni librarie, progetti editoriali, incontri e dialoghi con gli autori, magari con tanto di dedica vecchia maniera, sono abitudini contemporanee. Ma hanno radici lontane: da secoli a Torino la letteratura si fa per strada e nei palazzi del centro. E la cultura? E’ qualcosa di così legato alla quotidianità da diventare argomento di conversazione e, perché no, pettegolezzo. Per dire che a volte, soprattutto con i libri, è questione di destino.

Di Antonella Gonella

Giornalista, laureata in Lettere classiche, sempre alla ricerca di nuovi libri e storie da raccontare. Ha collaborato con giornali, una rete televisiva e svariati siti internet. Si occupa di comunicazione a livello istituzionale.

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