Pollicino lascia le sue briciole e ci racconta Foglie d’erba di Walt Whitman.
Quando Walt Whitman pubblica Foglie d’erba, nel 1855, il libro è qualcosa di completamente nuovo. Non celebra eroi, re o grandi imprese. Celebra il corpo, la natura, il desiderio, le strade, i lavoratori, gli sconosciuti.
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Whitman rompe le regole: abbandona le forme tradizionali, usa versi liberi, mette al centro ciò che fino a quel momento la poesia aveva spesso tenuto ai margini, ovvero il corpo, il desiderio, il sesso, il lavoro, la natura, la strada, la folla. La vita di tutti i giorni ma, ancora di più, mette al centro l’io. Non per egoismo o per vanesia. L’io della poesia di Foglie d’Erab ci dice: “Ehi! Smettila di guardare l’universo e di meditare su di esso! Ogni essere umano contiene l’universo, anche se è un minatore, anche se è un portalettere, anche se è una casalinga”.
Whitman fa camminare la poesia per le strade, osserva gli uomini e le donne, ascolta il rumore delle città e sente di appartenere a tutto ciò che lo circonda.
Il suo corpo è natura. La sua anima è natura. E la morte non è la fine, ma parte dello stesso ciclo.
Foglie d’erba non è quindi un libro che Whitman scrive una volta sola.
Lo riscrive per tutta la vita, aggiungendo poesie, cambiando versi, facendolo crescere insieme a sé. È quasi il ritratto dell’umanità che si compie cammin facendo. E forse è per questo che, ancora oggi, quando lo leggiamo, abbiamo la sensazione che Whitman stia parlando proprio a noi. Perché il suo messaggio è semplice e rivoluzionario: tu sei tutto l’universo. Sei il corpo che abiti, le persone che incontri, la terra che calpesti, il tempo che attraversi. Sei una parte del mondo. E il mondo, in qualche modo, è dentro di te.
