Con l’uscita del suo nuovo romanzo, abbiamo incontrato Roberto Pegorini per una intervista sulla sua vita da scrittore.
Con l’uscita di “Non esiste alcun destino“, Roberto Pegorini torna in libreria e al Covo per un’intervista dedicata alla sua vita da scrittore e al senso dello scrivere per lui. L’ho incontrato in redazione in occasione della sua presentazione (guarda qui il video) e ne ho approfittato per fargli alcune domande più personali, che vanno al di là delle singole pubblicazioni e che ci raccontano il suo essere scrittore.
Due domande a Roberto Pegorini
Partiamo dalla genesi delle tue storie. Dove trovi la scintilla per costruirne la trama e ce n’è stata una che ti è entrata nel cuore più di altre perché vicina alla tua esperienza diretta?
Le mie storie nascono dal desiderio di raccontare esistenze. Prima della trama in me nascono i personaggi. Se riesco a focalizzarne uno che mi pare sufficientemente interessante, a quel punto inizio a costruirci intorno più e più trame fino a quando non trovo quella che mi pare calzi a pennello al protagonista.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, e cioè la trama che mi è entrata più nel cuore, se fossi ruffiano ti risponderei la prossima che scriverò, però mi conosci bene, ho mille difetti ma non certo quello di essere paraculo. Quindi ti rispondo quella di “Cuore apolide” non tanto per esperienza diretta, quando perché da lì è nato tutto. E poi ti dico quella di “Non sparare”. È un romanzo che sognavo di scrivere da almeno dieci anni, ma non mi sentivo ancora pronto per affrontarlo. Vedere che è stato apprezzato, mi ha dato grandi emozioni.
Quando costruisci il plot principale della tua storia, come ti muovi: fai scaletta, parti da una scena precisa, definisci i personaggi etc.
Non sono uno da scaletta dettagliata. Solitamente so da dove parto e dove voglio arrivare. Inserisco dei passaggi intermedi che dovrò per forza raggiungere, ma spesso non so nemmeno io come ci arriverò, lascio che mi ci portino i personaggi, le situazioni, le sensazioni che provo mentre pigio i tasti del mio portatile. Per quanto riguarda i personaggi, loro invece cerco di averli un po’ più chiari in testa per evitare che perdano coerenza nel proseguo della stesura, però capita spesso che qualcuno da secondario si “conquisti” qualche pagina in più, perché in corsa mi accorgo che ha molto più da dire di quanto immaginassi. Nella trilogia di Fabio Salvi, ad esempio Elena Miraglia doveva essere molto marginale e alla lunga è diventata una protagonista.
E una volta scritta, come costruisci la tensione narrativa?
Ti confesso che la tensione narrativa è qualcosa che a volte mi fa soffrire. Io sono per natura una persona mite, non alzo mai la voce, figurarsi le mani. Nei romanzi noir, però, so che serve meno equilibrio e maggiore spinta. Credo che con il tempo la tensione dei miei libri sia andata in crescendo, un po’ per esperienza e un po’ perché avevo più chiare alcune dinamiche. Mentre scrivo mi domando sempre se la trama sia un po’ troppo lenta o scontata e se la risposta è positiva, allora torno indietro e spingo sull’acceleratore. Però resta in me sempre una fatica emotiva che il lettore non immagina.
Perché se scrivo una scena cruente devo emotivamente distaccarmi da lei per essere credibile, ma una volta terminata mi sento quasi provato fisicamente e non posso sfogarmi con nessuno, perché non posso svelare nulla in anticipo e, poi, perché temo non mi crederebbe. So che ci sono lettori che mi considerano cinico per quanto leggono, ma lo scrittore Roberto non coincide sempre con la persona Roberto e con il suo vero carattere.
Hai saputo creare dei cattivi molto convincenti. Come lavori sulla psicologia dei “cattivi”?
Sorrido sempre quando sento qualche collega che dice “il mio ispettore è particolare”, come se tutti gli altri scrivessero personaggi banali. Detto questo, lavorare sui cosiddetti cattivi è decisamente diverso e se vogliamo anche più intrigante, per assurdo è forse qui che ci si può differenziare un po’ di più. La psicologia del cattivo è più complicata perché devi fargli fare cose che tu non faresti mai, come se fosse invece la cosa più naturale del mondo.
In questo senso mi aiuta molto l’esperienza quasi trentennale di giornalista di cronaca nera, dove ho conosciuto persone di una nefandezza assurda. Per me creare personaggi negativi resta comunque una sfida. Non devi calcare troppo, perché poi spetta al lettore inquadrarlo, tu devi indirizzarlo, ma non obbligare a odiarlo. E va inoltre ricordato che esistono cattivi a cui non puoi dare un solo spiraglio di luce e altri in cui devi far trapelare un lato più umano.
Quanto è importante il contesto sociale nelle tue storie?
Direi fondamentale. Solitamente cerco tematiche precise che desidero sviluppare senza, però, mai forzarle, tantomeno sfruttarle. Ti faccio un esempio: ne “Lo hijab mancante” si parte da una ragazzina morta, ma non uso mai la parola femminicidio. E non perché non mi renda conto della gravità di questo tema, anzi è proprio il contrario. Esiste un rispetto del dolore che per me è prioritario. Non voglio vendere una sola copia approfittandomi di parole che colpiscono la sensibilità delle lettrici e dei lettori. Queste operazioni di marketing non mi appartengono e non mi interessano. Io voglio raccontare tematiche delicate, sperando che possano far riflettere, far discutere e magari far prendere un po’ di coscienza.
Puoi raccontarci il momento esatto in cui hai deciso di scrivere noir? Secondo te il noir oggi è cambiato rispetto al passato?
Nel 2011 stavo attraversando un periodo delicato della mia vita personale e professionale. Dopo l’esperienza di “Vita a spicchi” di dieci anni prima, sul versante romanzesco mi ero però arreso, credevo non fosse la mia strada. Tuttavia mi sono reso contro che scrivere era l’unica cosa che sapevo, e so, fare decentemente, nonché l’unica che mi faceva stare vagamente un po’ meglio. Mi sono così accorto che volevo riprovarci, sentivo che avevo qualcosa da raccontare. Ed è successo quello che mi capita spesso quando mi ritrovo spalle al muro: dare il meglio di me stesso.
Ho buttato il cuore oltre l’ostacolo e mi sono detto: ora vallo a prendere. Al tempo stesso ho pensato di mettere a frutto la quantità industriale di noir che avevo letto e unirla alla mia professione di giornalista di cronaca nera. Mi sono reso conto che il noir era il mio vestito perfetto, dovevo solo trovare il coraggio di iniziare a indossare. Ricordo come fosse ieri la mattina che mi sono seduto in giardino a scrivere le prime righe di “Cuore apolide” e mi emoziono ancora al solo pensiero.
Ora il noir è la mia comfort zone e ci sto dentro volentieri, ma poiché amo alzare sempre l’asticella, non è detto che non proverò a perlustrare altre strade. Per quanto riguarda quanto il noir sia cambiato rispetto a oggi, posso dirti tantissimo. ma come tutte le cose di questo mondo, se ci pensiamo. Ora i generi si mischiano più facilmente, si leggono romanzi che potrebbero essere definiti in più modi. Non dico che sia un male, vorrei solo che un’impronta maggiore rispetto ad altre possa sempre essere ben visibile, qualunque essa sia. E che non si pretenda di definire noir un romanzo dove di scuro (e oscuro) c’è solo l’inchiostro delle lettere sulle pagine.
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Scopri Non esiste alcun destino di Roberto Pegorini

Dover decidere tra salvare una donna che hai amato o tener fede ai tuoi doveri di poliziotto. Questa è la scelta impossibile che si trova a dover affrontare l’ispettore Giusti. Diventare complice di un crimine o lasciare la ragazza al suo destino? Il tempo è poco ma Valerio Giusti, noto tra i colleghi per il suo carattere spigoloso ma anche per il suo profondo rispetto per la giustizia, proverà a inventarsi una terza soluzione, pericolosa e piena di insidie. Aiutato, suo malgrado, da tre fedeli collaboratori deciderà di sfidare la sorte in una disperata corsa contro il tempo.
