Annelies ha letto per noi Mafiaville di Gabriele Cantella – iDobloni edizioni
La trama
“Gela era un tabellone del Monopoli a grandezza naturale, i suoi abitanti, pedine da muovere tra una casella e l’altra come conveniva. Quando non conveniva più, uscivano dal gioco. Per sempre. Non si trattava solo di convenienza, c’era di più… Sparare a un cristiano per rapina o perché non paga il pizzo è convenienza, sparargli senza ragione è un gioco. Spari perché ti piace e ti piace perché sei tu a stabilire chi campa e chi muore. E in questo gioco, le facce sono tutte uguali: il piombo è democratico.”
Mafiaville di Gabriele Cantella, edito da iDobloni Edizioni e pubblicato il 13 maggio 2026, è un noir duro, che non fa sconti a nessuno. Non coccola il lettore, ma lo trascina in un mondo dove la vita delle persone è un gioco e gli esseri umani sono semplici pedine da muovere a piacimento sul grande tabellone del Monopoli in cui si è trasformata Gela.
Siamo negli anni ’80: Gela è dilaniata dalla lotta tra Cosa Nostra e Stidda, una città governata dalla violenza. La trama segue le vicende di Tano U Trunzu, un assassino senza pietà costretto a reclutare giovani leve per sostenere la faida tra clan, mentre il rivale Turi U Mulu cerca di assumere il pieno controllo della città.
“Eppure, il baby killer più spietato della Stidda possedeva un lato insolitamente tenero: non schiacciava una mosca, non calpestava un bacarozzo, perché erano creature del Signore e lui, s’è già detto, aveva rispetto dell’Altissimo.”
La forza del romanzo risiede soprattutto nell’ambientazione. Gela non fa soltanto da sfondo alle vicende dei protagonisti, ma diventa essa stessa un personaggio della storia: un organismo malato all’interno del quale una logica mafiosa e insensata muove gli uomini a proprio piacimento. Cantella parte da un fatto di cronaca realmente accaduto, che ha segnato profondamente la Sicilia, e lo mescola a elementi romanzati. Utilizza immagini di forte impatto — le strade come caselle, gli uomini come pedine — per raccontare uno spaccato della storia italiana che nessuno è mai riuscito a dimenticare.
Nel romanzo si percepisce con forza quanto le regole del potere criminale riescano a governare il destino individuale e quanto la mafia riduca la vita umana a una semplice strategia di guerra. È una logica insensata, un ingranaggio perverso che decide chi vive e chi muore.
“A Gela, uno qualunque diventava suo malgrado un eroe. Ma Gela non voleva eroi e a Gela nessuno voleva esserlo. Neppure Bartoluccio Rizzo avrebbe voluto, ma lo diventò a sei anni, perché quello era il destino suo, il destino di chi diceva no. Si poteva dire no, persino a Gela, ma il prezzo di quel no era alto. Lo pagò anche lui, come il padre, ventiquattro anni dopo. Un colpo al petto e un altro in faccia, non se, ma quando.”
La scrittura e lo stile narrativo
Il libro punta su uno stile secco, diretto e cinematografico. Le descrizioni privilegiano la tensione e la brutalità più che l’introspezione, creando un ritmo rapido e opprimente. Non c’è alcuna romanticizzazione della criminalità: la violenza appare sporca, inevitabile e spesso assurda. Anche i personaggi non sono eroi né antieroi affascinanti, ma figure intrappolate in un sistema che divora tutto e tutti.
Nessuno si salva a Gela.
“Ma la pietà era un sentimento che si poteva riservare a un animale, per un infame, invece, nessuna pietà […]
L’onore vince sul sangue, il secondo senza il primo vale niente.”
Ho trovato molto interessante anche il tema dei giovani coinvolti nella guerra mafiosa. Il reclutamento dei ragazzini mostra come la criminalità organizzata si alimenti della miseria sociale e culturale, trasformando l’infanzia in un addestramento alla morte. Questo elemento conferisce al romanzo una forte dimensione sociale, oltre che noir.
Cantella utilizza una precisione quasi chirurgica nel raccontare la sua storia. La scrittura è asciutta, essenziale, priva di fronzoli; il linguaggio è diretto e mescola italiano e dialetto in modo estremamente efficace. L’autore non edulcora il mondo mafioso, ma lo mostra nella sua brutalità, rendendo persino la scrittura stessa un elemento vivo della narrazione, capace di caratterizzare personaggi e vicende.
Il senso di claustrofobia permane per tutte le duecento pagine, mantenendo viva la suspense fino all’ultima parola.
Anche il ritmo è uno dei punti di forza del romanzo: momenti di forte tensione si alternano a pause strategiche necessarie per spiegare i giochi di potere.
L’incipit ha un forte impatto emotivo e il lettore si ritrova immediatamente intrappolato fra le pagine.
“La morte non è la fine, è solo un passo verso l’eternità. Se lo ripeteva spesso, lui, che con la morte viaggiava tutti i giorni fianco a fianco, come due passeggeri seduti vicino sullo stesso autobus. S’augurava che il viaggio fosse ancora lungo, non aveva paura di morire, ma meglio poi che prima. Certo, c’era modo e modo di morire e usciva di testa quando gli dicevano che non faceva differenza tra un infarto e una palla nel petto perché il risultato sempre quello era. E invece no, cazzo!”
I personaggi sono credibili e coerenti, mai stereotipati, ma ricchi di sfumature, dove luce e ombra si mescolano continuamente. È impossibile tracciare un confine netto fra bene e male.
Ciò che ho apprezzato maggiormente di questo autore è la sua capacità di rappresentare la realtà mafiosa come un microcosmo a sé stante, fondato su regole proprie. Si percepisce chiaramente come la scrittura sia il frutto di un approfondito lavoro di documentazione, affrontato con grande consapevolezza.
Cantella non ha paura di “sporcarsi le mani”: utilizza una scrittura dura, spiazzante, e ricostruisce in chiave noir il clima di terrore vissuto a Gela negli anni ’80, culminato nella tragica “Strage della Sala Giochi” del 27 novembre 1990.
Mafiaville può essere inserito nel filone del crime italiano contemporaneo con un taglio realistico e profondamente siciliano, più vicino al noir sociale che al thriller classico. È una lettura che colpisce soprattutto per l’atmosfera e la crudezza narrativa più che per il mistero investigativo, e che potrebbe piacere a chi ama le storie criminali cupe e prive di retorica.
Due parole sullo scrittore
Gabriele Cantella è un giornalista sportivo e autore siciliano che vive attualmente a Milano. Ha studiato Legge, ma da subito percepisce la scrittura come un’urgenza a cui non sa resistere, diventa giornalista a tempo pieno e scrittore nel tempo che rimane. Grande appassionato di cronaca nera e criminologia, ha indirizzato la sua produzione letteraria verso il noir e il crime italiano, esplorando soprattutto le realtà siciliane e le dinamiche legate alla mafia.
Oltre a Mafiaville” (2026, iDobloni Edizioni), ha pubblicato diversi romanzi gialli e thriller:
• “Il sangue di Giuda” (2025, Mursia): un thriller incentrato su un serial killer
• “Passato in-giudicato” (2023, Robin Edizioni).
• “L’opera dei Pupi e altri racconti di crimini e misfatti” (2015, La Sirena Edizioni)
“E fu come tirare una riga: niente sarebbe stato più come prima, Gela non sarebbe stata più quella di prima. Lì e in quell’istante, cominciava un’altra storia. Una storia di sangue, pallottole e morti ammazzati, di terrore e impotenza. La storia di Mafiaville, così il quotidiano francese Le monde avrebbe scritto di Gela appena tre anni più tardi.”
