Pollicino lascia le sue briciole di lettura raccontandoci la storia letteraria della leggenda le Principe dei Ladri: Robin Hood
Robin Hood non appartiene a un solo autore. Appartiene a chiunque abbia bisogno di raccontare un uomo che decide di ribellarsi quando legge e giustizia smettono di essere la stessa cosa.
Da più di seicento anni cambiamo il suo volto, la sua storia, persino le sue origini. Ma continuiamo a fargli tendere quell’arco. Perché dietro ogni Robin Hood rimane sempre la stessa domanda: se la legge protegge l’ingiustizia, da che parte deve stare un uomo giusto?
Allora chi era Robin Hood? Per scoprirlo dobbiamo tornare indietro di più di seicento anni…
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La leggenda di Robin Hood
E se vi dicessi che il Robin Hood che conosciamo… non è mai esistito? O almeno, non tutto insieme.
Non esiste infatti un romanzo originale di Robin Hood. La sua storia nasce nel Medioevo, probabilmente dalla tradizione orale, e già nel Trecento circolano in Inghilterra racconti e “rime” dedicate a questo misterioso fuorilegge.
Ma il primo Robin è molto diverso dal nostro.
Non è necessariamente un nobile decaduto. Non combatte ancora per Riccardo Cuor di Leone. E la celebre formula “rubare ai ricchi per dare ai poveri” arriverà molto più tardi.
Robin Hood non nasce come romanzo. Il personaggio emerge da una tradizione orale e da ballate medievali; solo molti secoli dopo quelle storie vengono ricomposte fino a diventare il Robin Hood che conosciamo.
«Vi racconterò di un valoroso yeoman.
Il suo nome era Robin Hood.»
La più antica allusione letteraria celebre alle “rime di Robin Hood” compare nel Piers Plowman nel XIV secolo; fra i testi antichi sopravvissuti troviamo Robin Hood and the Monk, Robin Hood and the Potter e soprattutto A Gest of Robyn Hode, composto probabilmente nel Quattrocento e arrivato alla stampa agli inizi del Cinquecento.
«E se un giorno dovesse mancarti qualcosa,
vieni da Robin Hood.»
È uno yeoman, un uomo libero ma non aristocratico, che vive fuori dalla legge insieme a Little John e ai suoi compagni.
Poi, secolo dopo secolo, la leggenda cresce.
Arrivano Marian, frate Tuck, lo sceriffo di Nottingham. Robin diventa un nobile spodestato, difensore degli oppressi, fedele a re Riccardo e nemico del principe Giovanni.
Nel 1795 Joseph Ritson raccoglie le antiche ballate. Walter Scott lo fa entrare nel mondo di Ivanhoe.
E nell’Ottocento arriva anche Alexandre Dumas.
Robin Hood raccontato da Dumas
La versione attribuita ad Alexandre Dumas esce postuma in due parti: Le Prince des voleurs nel 1872 e Robin Hood le proscrit nel 1873. La tradizione bibliografica le attribuisce a Dumas — e ancora oggi vengono pubblicate sotto il suo nome — ma già alcuni studiosi le consideravano opere apocrife o, più precisamente, rielaborazioni/traduzioni del Robin Hood and Little John di Pierce Egan, pubblicato a puntate dal 1838.
Dumas — o la versione pubblicata sotto il suo nome — accentua proprio ciò che diventerà fondamentale nel Robin Hood moderno: l’avventura, l’origine dell’eroe, l’ingiustizia subita, la vita nella foresta e la formazione della compagnia dei fuorilegge. È ormai molto più vicino al protagonista di un grande feuilleton ottocentesco che al misterioso fuorilegge delle ballate medievali.
Robin Hood, insomma, continua a essere riscritto persino mentre crediamo di aver trovato il suo autore.
E continuerà ad accadere.
Robin Hood nel Novecento
Nel Novecento e nel nuovo millennio diventa di volta in volta eroe romantico, ribelle politico, antieroe e persino criminale.
E la trasformazione non si ferma lì. Nel Novecento e nel XXI secolo Robin Hood continua a essere riscritto: Robin McKinley in The Outlaws of Sherwood (1988) ridimensiona l’eroismo tradizionale e dà grande spazio ai personaggi femminili; Stephen R. Lawhead nella trilogia King Raven — Hood, Scarlet e Tuck — sposta la leggenda nel Galles medievale; Adam Thorpe con Hodd (2009) smonta deliberatamente il mito, chiedendosi quanto dell’eroe sia invenzione; Angus Donald, a partire da Outlaw (2009), ne propone invece una versione molto più oscura e violenta, quasi un signore criminale medievale.
Ed è forse proprio questo il segreto della sua immortalità.
Robin Hood non appartiene a un autore. Appartiene a chiunque abbia bisogno di raccontare un uomo che decide di ribellarsi quando legge e giustizia smettono di essere la stessa cosa. Da più di seicento anni cambiamo il suo volto, la sua storia, persino le sue origini. Ma continuiamo a fargli tendere quell’arco.
E forse il motivo era già scritto in uno dei testi più antichi della leggenda, A Gest of Robyn Hode, che si conclude così:
“For he was a good outlawe,
And dyde pore men moch god.”
“Perché fu un buon fuorilegge
e fece molto bene ai poveri.”
Due versi scritti più di cinquecento anni fa. E dentro c’è già tutto Robin Hood.
Un fuorilegge, sì. Ma dalla parte di chi aveva meno.
