Antonella Gonella ha letto e recensito per il Covo, Il fattore gatto di Piergiorgio Pulixi
Leggere Il fattore gatto di Piergiorgio Pulixi (Marsilio, 2026) è come incontrare un vecchio amico che non si vedeva da un po’. Ci sono la sicurezza del ritorno nei luoghi dove si è stati bene e la promessa di ore piacevoli. Così la libreria Les Chats Noirs di Cagliari, specializzata in gialli, finalmente riapre le sue porte a clienti e lettori: con le coste gialle dei Simenon in bell’ordine, i grandi classici, la vetrinetta delle prime edizione esposte come reliquie e le novità commerciali non proprio gradite al proprietario. Ritroviamo la saletta dove si riunisce il club degli investigatori del martedì, le poltrone, il caminetto, l’attaccapanni, i busti dei numi tutelari del genere. Tutto come da copione (Pulixi ha già pubblicato La libreria dei gatti neri e Se i gatti potessero parlare). O quasi.
Di gatti, libri e matrimoni
Il padrone di casa, Marzio Montecristo (già il cognome vale la lettura), questa volta è alle prese con le concessioni alle regole del mercato per mantenere aperto il suo piccolo regno: i romance da mettere in vetrina (sono loro a pagare lo stipendio) e il nuovo canale Tik Tok aperto dalla socia Patricia. Roba difficile da accettare, soprattutto per lui che vive i compromessi letterari come un tradimento. “Montecristo ha gli occhi buoni, sì. Onesti. Di quelli che ti guardano senza prima calcolare il tuo valore”. Ma anche lui custodisce un lato nascosto che lo rende meno personaggio e più reale: “Una rabbia antica, compressa sotto anni di umiliazioni, ingiustizie, rinunce”. Già professore di matematica, ha dovuto rinunciare all’impiego per via di una rissa con il padre di un alunno. La libreria è il suo rifugio. Misantropo dal cuore d’oro, esibisce un certo snobismo letterario che traduce in un’accurata selezione di titoli.
Per l’occasione dovrà superare la sua naturale avversione per i matrimoni e farsi andar bene l’invito ad un evento esclusivo in programma. Con tanto di misteri e delitti tutti da indagare. I dettagli sono fuori discussione in questa sede. Quello che conta è che Les Chats Noirs va in trasferta. Sull’isola di Serpentara, niente meno. La Sardegna più bella e affascinante, trasformata in set per le nozze tra rampolli di famiglie agiatissime con tanto di riproduzione della libreria in scala ridotta.
Che poi a chi non piacerebbe, ammettiamolo: non il matrimonio extra lusso. Ma le nozze in una libreria come quella creata da Pulixi. Tra l’altro a qualcuno l’idea è anche venuta per davvero. Così le coppie fortunate nella vita reale possono pronunciare i voti di fedeltà tra scaffali e edizioni rare.
Suggestioni a parte, Il fattore gatto è pieno di libri e di citazioni, in una sorta di selezione dal gusto raffinato: basti pensare a Una giuria di sole donne di Susan Glaspell o a Il dio del massacro di Yasmina Reza. E poi Tom Clancy, Le Carrè. E questo solo nelle prime pagine. Poi ci sono gatti: tanti. Molti neri, in un trionfo di vibrisse e gommini. Come Miss Marple e Poirot, numi tutelari della libreria.
Tra leggerezza e impegno
Proprio con i suoi alter ego felini Pulixi condivide l’alternanza tra leggerezza e impegno: quella dote inconsueta che caratterizza solo i miti del genere poliziesco. Saper raccontare il mistero e intrattenere con un occhio alla realtà sociale e alle sue problematiche. La narrazione non risparmia niente al lettore, offrendo uno spaccato a volte impietoso, ma necessario alle coscienze anestetizzate dell’età contemporanea. Di pagina in pagina sfilano il potere corruttivo del denaro, le ipocrisie della buona società e l’attenzione agli ultimi, sempre più ai margini in un’epoca contemporanea troppo miope per accorgersi di loro, in una distrazione di comodo. Così Greta Mameli, la Gattara, sembra uscita da un romanzo di Dickens o Victor Hugo. Eppure è così reale. “Una specie di angelo custode male in arnese, con un carrello arrugginito al posto delle ali”.
Il tutto condito da una prosa veloce, perfetta, con dialoghi mai eccessivi. Non c’è niente di troppo nei capitoli di Pulixi. Nessuna sbavatura. E poi cosa vuoi dire a uno che usa parole come smorire, nel senso di svanire. Bello. Come la Sardegna e “il suo mare, d’un turchese impensabile, così limpido da far dubitare della propria vista”.
