Antonella legge e recensisce per noi La portinaia del 17 di Emma Cortesi
C’è un nuovo indirizzo da tenere a mente per gli amanti del giallo: il Residence du Vieux Moulin, al civico 17 di Rue des Saules, nel cuore di Parigi. Il quartiere è quello di Montmartre con le sue promesse di fascino e suggestione, tra teatri e artisti. Il palazzo è “un condominio sperduto tra mille uguali”, come scrive Emma Cortesi, brianzola d’adozione, originaria della Lunigiana, nel suo promettente esordio letterario appena pubblicato da Fazi editore nella collana Darkside. La sua dichiarata ammirazione letterarie per Agatha Christie promette bene. E mantiene.
Il giallo, intitolato “La portinaia del 17”, è il primo di una serie annunciata. Possiede l’eleganza dei grandi classici. Ma si dimostra anche modernissimo. L’antefatto: ambientato nell’autunno del 2009, racconta una crepa nella quotidianità degli inquilini degli otto appartamenti del Residence. Tutto inizia da una semplice variazione nelle abitudini. Monsieur Gorin manca al consueto appuntamento mattutino con la cassetta della posta condominiale: non ritira il giornale. E Berthe, portinaia che sa tutto di tutti come il ruolo richiede, curiosa ma “in modo sano”, si intende, sente odore di guai. Per noia, istinto e desiderio di evasione, convince Antoine Lefevre, condomino ed ex commissario in pensione, a controllare. Insieme scoprono che Mathieu Gorin è ovviamente cadavere, come in ogni giallo che si rispetti. E decidono di indagare sui particolari che non convincono di una morte solo apparentemente naturale.
Il palazzo, dicevamo, è tutto fuorchè ordinario. Custodisce un microcosmo, questo sì in piena scuola british, fatto di identità definite alla perfezione. Nessun rimando alla quotidianità in continua trasformazione che ci assorbe, troppo, oggi. Piuttosto una lucida analisi dell’essere umano ridotto all’essenziale, con debolezze, fatiche, solitudini, non detti. Un’istantanea in cui il male è parte della vita. Antico e modernissimo, insieme. Sullo sfondo una Parigi che potrebbe esse quella di Hemingway a inizio ‘900 o la metropoli contemporanea. In fondo poco importa. Lo sviluppo non necessita di tempistiche precise, come in tutta la letteratura destinata a durare. A proposito, davvero degne di nota le descrizioni della città: un tributo affettuoso alla capitale francese, tracciato da una penna in stato di grazia. “Alle prime luci dell’alba, Montmartre era un quartiere che si concedeva ancora il lusso di essere se stesso; si svegliava lento, sbadigliando, come una vecchia signora che ha ballato troppo la sera prima. Le viuzze strette sembravano trattenere il respiro sotto il velo della nebbia che strisciava silenziosa tra i comignoli; un accenno di sole, ancora timido, faceva scintillare i ciottoli lucidi di pioggia”. Insomma Parigi è sempre Parigi. Scriverne, in giallo, soprattutto dopo Georges Simenon non è facile. Ma Emma Cortesi stupisce per freschezza e poesia.
Il personaggio più convincente? Quello che non incontriamo mai. Perché solo raccontato. E’ una donna. Si chiama, in maniera molto appropriata, Clémence. E’ la musa di due uomini, il motore dell’intera vicenda e una commovente scrittrice di lettere d’amore mai spedite.
