Tutti pensano sia di Gabriel Garcia Marquez, invece è di Mary Carolin Davies: ecco la storia di uno dei versi più noti in rete, LOVE.
Frasi sbagliate racconta oggi la storia di una citazione che tutti credono scritta da Gabriel García Márquez, se cerchi in rete scopri essere di un tale Roy Croft, ma che se si va un po’ più a fondo, si scopre che neppure lui ne è l’autore. Ed è la storia di una poesia che, nel corso di un secolo, ha perso il proprio nome, e di una poetessa che, nonostante questo, ha continuato a vivere attraverso le sue parole.
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Ti amo, non solo per quello che sei, ma per quello che sono io quando sono con te.
Dobbiamo fare un piccolo viaggio a ritroso nel tempo, partendo proprio da quel Gabriele Garcia Marquez che molti indicano come l’autore di questa frase sbagliata.
Il primo passo falso è legato ad una pubblicazione on line che per prima crea confusione. frase compare anche in raccolte intitolate “13 frases/líneas para vivir”, anch’esse attribuite a Márquez, ma la loro attribuzione è generalmente considerata dubbia, anzi, La fondazione. gabo stesso ha confermato che la paternità della frase non è del povero Gabriel.
E il primo punto è smarcato. Ma la storia non finisce qui.
Nel 1936 la poesia LOVE, che inizia proprio con questo verso, viene pubblicata nell’antologia Best Loved Poems of the American People, curata da Hazel Felleman, attribuita a un certo Roy Croft.
Di questo Roy Croft non abbiamo ì, ne si trovano indizi biografico.
Tanto che la stessa Hazel Felleman riconosce successivamente l’errore. Nel 1943, nella sua rubrica Queries and Answers del New York Times Book Review, precisò che l’attribuzione a Croft era sbagliata. Cisì in una ristampa della stessa raccolta, la poesia viene inserita, ma senza attribuzione.
Ma allora di chi è LOVE e chi ha scritto questi versi?
La storia di Mary Carolin Davies
Mary Carolyn Davies nacque nel gennaio 1888 a Sprague, nello Stato di Washington.
A dodici anni si trasferì con la famiglia a Portland, Oregon, città con la quale avrebbe mantenuto un legame importante per tutta la vita.
La sua data di nascita è abbastanza ben documentata, mentre per molti anni anche la data della morte è stata considerata incerta. Alcune fonti, infatti, la davano per morta intorno al 1940. Oggi le fonti archivistiche e biografiche più recenti indicano invece 19 maggio 1974.
Davies frequentò la Washington High School di Portland e si diplomò nel 1910. Per un anno insegnò in alcune scuole dell’Oregon, quindi nel 1911 entrò all’Università della California, Berkeley.
Rimase all’università soltanto un anno, ma fu sufficiente per lasciare il segno.
Vinse infatti:
l’Emily Chamberlin Cook Prize for Poetry, diventando la prima matricola a ottenere il premio;
il Bohemian Club Prize for Poetry, diventando la prima donna a vincerlo.
È un dettaglio importante: siamo negli Stati Uniti dei primi anni Dieci del Novecento e una giovane donna proveniente dall’Oregon riesce a imporsi in un ambiente letterario ancora fortemente maschile.
Poi abbandona Berkeley.
E va a New York.
È probabilmente il periodo più affascinante della sua vita.
Davies arriva a New York giovanissima, secondo una testimonianza con 4,85 dollari in tasca, e cerca di mantenersi scrivendo.
Si stabilisce nel Greenwich Village, allora uno dei centri della nuova cultura artistica americana.
Qui frequenta circoli poetici e letterari nei quali gravitano figure come Alfred Kreymborg, Marianne Moore e Marcel Duchamp.
È significativo anche il rapporto con Marianne Moore: secondo le testimonianze dell’epoca, fu proprio Davies a introdurre Moore in uno di questi circoli letterari.
La giovane Mary Carolyn vive quindi dentro quella straordinaria New York che sta costruendo la modernità artistica americana.
Ma deve anche sopravvivere.
Scrive moltissimo: racconti, poesie sentimentali, testi per riviste, lavori commerciali.
Il poeta e critico Louis Untermeyer, che conosce il suo lavoro, distinguerà in seguito due Davies: quella che scrive per guadagnarsi da vivere e quella che, quando può, scrive vera poesia.
È una distinzione che racconta bene il suo destino: talento autentico e necessità economica continuamente in conflitto.
Davies torna a Portland.
Nel 1918 sposa Leland Davis, ma il matrimonio dura poco e termina con un divorzio.
La sua carriera letteraria, invece, continua.
Negli anni Venti pubblica poesie e racconti su riviste molto importanti:
Collier’s
Cosmopolitan
Good Housekeeping
McClure’s
Poetry
e viene inclusa in antologie prestigiose come Modern American Poetry, curata da Louis Untermeyer.
Scrive anche per bambini.
Tra le sue opere troviamo:
1918 — The Drums in Our Street: A Book of War Poems
1919 — Youth Riding
1919 — A Little Freckled Person: A Book of Child Verse
1921 — The Husband Test, un romanzo
1923 — Marriage Songs
1924 — The Skyline Trail: A Book of Western Verse
E non si limita alla poesia: scrive anche racconti, teatro e prosa.
Nel 1918, i Provincetown Players mettono in scena il suo atto unico The Slave With Two Faces.
Negli anni Trenta Davies torna a New York.
Ed è qui che la sua biografia diventa quasi un romanzo.
Dopo il trasferimento, la sua presenza nella vita letteraria si riduce drasticamente.
Pubblica sempre meno.
Poi praticamente scompare.
La Poetry Foundation dice esplicitamente che si sa molto poco della sua vita dopo il ritorno a New York negli anni Trenta.
Nel 1940 arriva una notizia drammatica.
Il quotidiano The Oregonian racconta che Davies vive in condizioni di estrema povertà, malata e malnutrita, in una piccola stanza descritta come quasi spoglia, circondata soprattutto dai suoi manoscritti.
Un’amica, la poetessa Ethel Romig Fuller, la raggiunge e racconta che la donna si trova in condizioni “deplorevoli” da almeno due anni.
Dopo di ché la sua vita viene avvolta dall’oscurità.
LOVE
Ti amo, non solo per quello che sei, ma per quello che sono io quando sono con te.
Ti amo, non solo per ciò che hai fatto di te stesso, ma per ciò che stai facendo di me.
Ti amo per la parte di me che fai emergere.
Ti amo perché immergi la tua mano nel mio cuore colmo di ogni cosa, passi oltre tutte le frivolezze e le debolezze che non puoi fare a meno di vedere e porti alla luce tutte le cose belle e luminose che nessun altro ha saputo cercare abbastanza in profondità da trovare.
Ti amo perché ignori ciò che di sciocco potrebbe esserci in me e ti aggrappi con fermezza a tutto ciò che di buono può nascere da me.
Ti amo perché chiudi gli occhi davanti alle dissonanze che sono in me e, ascoltandomi con devozione, aggiungi musica alla musica che porto dentro.
Ti amo perché mi stai aiutando a trasformare il legname accumulato della mia vita, non in una taverna, ma in un tempio; e le parole dei miei giorni, non in un rimprovero, ma in una canzone.
Ti amo perché hai fatto più di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi credo per rendermi felice.
Lo hai fatto senza un tocco, senza una parola, senza un segno.
Lo hai fatto semplicemente essendo te stesso.
Dopotutto, forse è proprio questo che significa essere amici.
