Tony Damiano, il nostro Insolito Lettore, ha letto e recensito per noi NIENTE MIRACOLI A OTTOBRE di Oswaldo Reynoso – Edizioni SUR
Non ho mai avuto il piacere di visitare Lima, ma leggendo Niente miracoli a ottobre me ne sono fatto un’idea. Non dell’odierna Lima, un’idea della città degli anni ’60. La città in piena trasformazione urbana, la città che puzza di pesce marcio in ogni vicolo. La città che trasformandosi esclude ed emargina i meno abbienti nelle baraccopoli. La città che Reynoso affresca con il suo realismo urbano in tutte le sue contraddizioni, parlandoci di miseria e potere, inserendo nei dialoghi il linguaggio gergale giovanile senza sacrificare l’eleganza della prosa che regala passaggi lirici sublimi. La città dall’animo conservatore e bigotto. Quell’animo che Reynoso sfida con la sua scrittura sacrilega e trasgressiva. Dirompente nel Perù degli anni ’60, dove si nascondeva tutto sotto il tappeto della morale cattolica. Dove non si osava parlare apertamente di omosessualità. Reynoso sfida tutto ciò con coraggio, presentando Lima nel giorno della processione del Signore dei Miracoli. Parlando delle vicissitudini di chi il potere lo subisce, e della prepotenza di chi il potere lo rappresenta. Intrecciando le vicende di chi, come don Lucho, sfrattato cercherà disperatamente un nuovo alloggio, una nuova sistemazione, girando tra tuguri e baracche dei quartieri periferici malfamati, alle vicende di Don Manuel che detta le sorti del Perù.
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Reynoso è riuscito a farmi vivere Lima, nel giorno della processione del Signore dei Miracoli, il caos che riempie ogni sua strada, ogni suo vicolo, ogni suo anfratto di gente vestita di viola. Viola che, per un solo giorno, sembra cancellare ogni differenza di classe. Viola che tinge la città: “Viola. Acido viola sopra un cielo di cenere. Sporca la nebbia marcia di pesce. Viola dolce come un tappeto. Viola torbido e ondeggiante di corpi scuri. Viola tiepido di una mattina fredda: bagnata”.
Niente miracoli a ottobre rende tangibile quel giorno di festa, quella processione, l’entusiasmo che si mischia alla violenza delle folle, dei singoli, alla violenza della polizia, alla repressione, alla frustrazione di chi quella repressione la subisce:
“Gridavano tutti contro il governo, lungo avenida La Colmena. All’altezza del bar Palermo, più o meno, una pattuglia di poliziotti ci ha caricato con i manganelli. Ho avuto paura. Volevo scappare, ma non ci sono riuscito: mi sono piombati addosso. Me le hanno date sulla schiena. Avevo le spalle in fiamme. Mi sentivo i polmoni a pezzi. Sono stato costretto a tirare calci e pugni. Un grande corpo a corpo con la polizia. Ma loro erano armati. E poi il governo lì tratta da nababbi. E quelli sanno soltanto bastonare. Sono riuscito a entrare in un negozio. Da lì ho visto i famosi cani poliziotto. Grandi. Belli. Ma addestrati a fare male. Abbaiavano. Abbaiavano. Rabbiosi. Una ragazza si è messa a gridare spaventata. Aveva un cane attaccato addosso. Le tirava i vestiti e la mordeva. È caduta a terra. Un comandante con la faccia da ruffiano, dentro una macchina nera, se la rideva: che gran figlio di puttana! Sul serio, l’avrei ammazzato. Però, cazzo, ho avuto paura, sul serio. Sono uscito dal negozio. Sono arrivato al Parque Universitario ed ecco che ti spunta l’autoblindo. Con la luce rossa che si accende e si spegne, quei fari, tutto nero pieno di grate: veramente una macchina da film: marziana. Si è fermato all’angolo e ha sparato potenti getti d’acqua. Sono corso fino all’entrata della <<U>>. Lì c’era la polizia a cavallo che attaccava con le sciabole. Un cavallo ha travolto un ragazzo che è caduto urlando. E tutte quelle bastonate e quei lacrimogeni e tutti quei proiettili e quei cani e quei cavalli e quelle sciabole contro di noi. E se fossimo stati armati? Magari ammazzare mi fa paura: non so. Ma l’altra sera non sarebbe stato male ammazzare qualcuno. Di certo ho pianto mordendomi le unghie. Sì, ho pianto: ho pianto di vergogna.”
Reynoso è sacrilego e trasgressivo ma anche marxista, lo dice chiaramente. Niente miracoli a ottobre è una denuncia della corruzione e dell’ipocrisia del potere. Ma, forse, anche un inno alla rivoluzione, alla ribellione contro quel potere che affama il popolo, che dispone a suo piacimento dei figli del popolo. Figli come Tito, comprato per i piaceri sessuali di Don Manuel. Il viscido Don Manuel, l’uomo più potente del Perù che decide la composizione e le sorti dei governi e che ama farsi acclamare dal suo balcone – mostrando pubblicamente la moglie mentre cerca di nascosto la mano di Tito – dal popolo in processione. Popolo che saluta turandosi il naso con un fazzoletto per non sentirne il lezzo.
