Tony Damiano, per l’Insolito lettore, legge e recensisce Una storia vecchia come la pioggia di Saneh Sangsuk – Utopia edizioni.
Vorrei visitare ogni dove, anche l’angolo più recondito del nostro mondo, ma non posso… Per fortuna esistono i libri. Esistono autrici e autori capaci di portarci in ogni luogo, di catapultarci, con la sola scrittura, in tradizioni e culture diverse, in credenze tramandate spesso solo dal racconto orale. Autrici e autori che lasciano una traccia scritta di quel racconto orale, altrimenti destinato a disperdersi. Saneh Sangsuk è certamente uno di loro.
Saneh Sangsuk
Mi sono affidato a lui per esplorare la giungla tailandese, al suo realismo magico, per scoprirne i segreti. Una storia vecchia come la pioggia, pubblicato da Utopia Editore, non è solo un racconto affascinante: è una piccola perla che svela il suo splendore attraverso la prosa. Inoltrandomi tra le righe mi sono sentito un bambino seduto in cerchio davanti al fuoco insieme ai bambini del villaggio Phraek Nam Daeng. Come loro sono rimasto stregato dalle parole echeggiate dal vecchio reverendo monaco buddista Tien difronte alle fiamme. Come loro, sono stato catturato dalle sue storie, a volte divertenti, a volte tristi e volte spaventose, “spesso erano piene di magia e forze soprannaturali. Erano pensate come un puro, frivolo intrattenimento, e in genere non finivano con una morale” dice la voce narrante.
Una visione del tempo e del mondo
Tien, un monaco atipico che un tempo fu cacciatore, racconta il suo rapporto con gli animali della foresta e soprattutto parla delle tigri… Della tigre che lo ha reso orfano di mamma… Della caccia a quella tigre… Del sottile confine tra cacciatore e preda.
Saneh Sangsuk con questa splendida opera offre una visione asiatica del mondo e del tempo. Tempo calcolato sul calendario buddista. Ma questo romanzo è molto altro. Saneh Sangsuk non si limita a farsi portatore di quel racconto orale destinato a cadere nell’oblio, con il ritmo e l’energia della sua prosa, il flusso delle sue parole, ci proietta in una Tailandia vittima della devastazione ambientale imposta dalla modernizzazione. Parla di quella giungla e di quegli animali che stanno perdendo il diritto alla propria esistenza, dei villaggi contadini distrutti e dei bambini, delle giovani generazioni che non potranno più ascoltare le storie di un monaco intorno a un fuoco perché costretti a fuggire da quei luoghi… dai loro luoghi.
Cosa aggiungere? Mi ha in qualche modo ricordato – probabilmente per gli elementi magici, per il protagonismo della natura, per la qualità e la liricità della prosa che li accomuna – un altro bellissimo romanzo: Le confessioni della leonessa di Mia Couto. Ma di quest’opera ve ne parlerò in un altro momento, forse…
Scopri il libro

Phraek Nam Daeng è un villaggio ai margini del tempo, dove l’infanzia trascorre tra le notti d’inverno pungenti e i racconti sussurrati attorno al fuoco, nel bel mezzo della giungla. In questo angolo remoto della Thailandia, il reverendo padre Tien, un anziano monaco, narra ai bambini, gli unici ancora capaci di ascoltare e di credere nella magia, storie di pellegrinaggi, elefanti selvatici e antichi incantesimi. Tutt’intorno, la terra è inondata dalle acque, la giungla piano piano scompare e le speranze si assottigliano: chi parte spesso non torna, chi resta si rifugia tra le macerie di un passato glorioso. Ed ecco che, tra le piante che c’erano e non ci sono più, torna a ruggire una tigre che forse è animata da uno spirito maligno e indomito, che ha seminato morte e deviato la vita. In questo romanzo che intreccia nostalgia e realismo, indagando la vulnerabilità dell’esistenza e la forza della memoria, anche l’ultima, fragile farfalla bianca può diventare testimone della storia, simboleggiando un mondo che continua a vivere nello spirito, perfino quando svanisce dalla realtà.
