• Marzo 12, 2026 12:05 pm

Quattro donne di Emilio Jona – Le recensioni di Fiorenza

DiFiorenza Pistocchi

Feb 26, 2026

Fiorenza Pistocchi ha letto e recensito per il Covo il nuovo libro di Emilio Jona, “Quattro donne” – Neri Pozza.

È il 1943, un anno di svolta poiché si completa, con la persecuzione, l’internamento e la deportazione, la strategia fascista di eliminare dalla società italiana i cittadini di religione ebraica, impadronendosi nel contempo delle loro ricchezze, delle loro abitazioni, delle loro imprese.
Tutto era iniziato con le Leggi sulla Razza del 1938, un insieme di provvedimenti discriminatori, volti a escludere i cittadini ebrei dalla vita pubblica, dalla scuola e dal lavoro. La famiglia Jona aveva intuito che sarebbe finita male, perciò, proprio il 20 settembre del 1943 sceglie di “sparire” da Biella, dove risiede.

Con l’aiuto e la complicità di una comunità non così crudele come la voleva il regime, ma soprattutto grazie al coraggio e all’abnegazione di quattro donne esemplari, non di religione ebraica, ma di grande sensibilità umana, ogni componente della famiglia viene salvato e riesce a traghettare la propria vita sulla sponda di una nuova speranza.
Le quattro donne non sono tutte consapevoli dei rischi che andranno ad affrontare, soprattutto Cecilia, la domestica veneta che si occupa del bimbo più piccolo della famiglia Jona, Luciano. Ne diventa il sostegno insostituibile perché la mamma di Cianino è malata gravemente e morirà in ospedale prima della fine della guerra, sotto falso nome, con la famiglia lontana. Cecilia porterà con sé il bambino in campagna, lontano dai percorsi della guerra, e lo curerà come un figlio.

Giulio va ad abitare con Teresa e Fiorenzo Bosio, uomo della Resistenza, che verrà tradito, incarcerato, deportato e che morirà pochi giorni dopo essere tornato da Mauthausen. Teresa fa molto per Giulio, ma deve condurlo da Cecilia, che nasconde anche lui in una cascina fuori mano.

Emilio, dopo un’ultima visita alla madre in ospedale, viene affidato a Marì, una burbera valligiana che ospita anche il padre e lo zio Pino a Vallemosche. Resteranno sempre in casa con lei, senza mai uscire, fino alla Liberazione. Marì e Pino costruiranno tra loro un affetto insospettabile per il giovane Emilio che li osserva.

E infine Delfina, che con i suoi continui spostamenti recapita lettere della madre ai figli, lettere del padre e dei figli alla madre, avvisa, controlla, tiene i collegamenti, suggerisce comportamenti, spinge alla prudenza e tiene giorno per giorno i fili delle vite che si sono affidate a lei. Solo alla fine del libro Emilio scopre che la sua continua presenza al loro fianco, si è tramutata con gli anni in un amore ricambiato, riservato, delicato e gentile con suo padre. 

Solo ora, spinto dalle circostanze, mi decido a scrutare un poco dentro la sua vita, oltre la sua riservatezza, a sottrarla alla fitta rete di dimenticanza o di omissioni che la nascondono. Delfina è stata per venti mesi il cordone ombelicale che ci ha mantenuto in vita; se fosse stata arrestata, se avesse parlato, se fosse morta, noi tutti saremmo scomparsi con lei. Partendo da questa stanza pulita e anonima dove sta naufragando la sua vecchiaia, vorrei allora provare a fare un po’ di luce, a sbocconcellare a morsi un poco del suo passato e tradurlo in scrittura, in memoria.

Il nostro punto di vista

Il romanzo è un inno riconoscente all’affetto disinteressato che queste quattro donne hanno riversato sui componenti della famiglia Jona, senza nulla chiedere, senza nulla aspettarsi, per pura bontà, per quella propensione femminile alla cura che ne ha fatto delle eroine inconsapevoli, entrate per iniziativa della famiglia Jona, nel novero dei Giusti tra le Nazioni. 

La forma mista tra il diario e la narrazione è intrisa di sentimento e porta il lettore a immedesimarsi in circostanze lontane e fatti dolorosi legati alla storia di tutti noi. È anche un invito a continuare a “fare memoria” di quanto è accaduto per evitare che si ripeta, a ricordare che, nonostante tutto, l’umanità è fatta per amare e non per discriminare, disprezzare, odiare e uccidere, come qualcuno vuole farci credere attraverso un bombardamento mediatico in cui la crudeltà sembra avere il sopravvento. Da leggere, badando a fare un parallelo tra quanto accade e quanto è narrato nel libro, magari in poltrona, con posati accanto, su un tavolino, un dolce e un bicchiere di vino da gustare e sorseggiare con la coscienza di quanto siamo fortunati, oggi, nel poter riconoscere gli indizi di ciò che di ingiusto ci circonda. Magari riusciremo anche a fare qualcosa per opporci al “vecchio” che avanza, travestito da “nuovo”.  

L’autore

Emilio Jona è nato a Biella nel 1927. Avvocato, poeta, narratore, librettista, saggista, ha al suo attivo una variegata produzione letteraria: con opere incentrate sulla cultura musicale e popolare, come Cantacronache. Un’avventura politico-musicale degli anni cinquanta (Scriptorium-Paravia 1995, con M.L. Straniero) e Senti le rane che cantano. Canzoni e vissuti popolari della risaia (Donzelli 2005, con Castelli, Lovatto, Premio Nigra 2006). Si dedica alla poesia con La cattura dello splendore (Scheiweller 1998), al teatro con Il 29 luglio del 1900. Vita e morte dell’anarchico Gaetano Bresci (Sipario n. 321, 1973 con S. Liberovici). Con Neri Pozza nel 2018 Al rombo del cannon. Grande Guerra e canto popolare (con A. Castelli e A. Lovatto). Sempre con Neri Pozza i romanzi Il celeste scolaro nel 2016 e Il fregio della vita nel 2018, a cui segue nel 2022 la raccolta di saggi Essere altrove. Scritti sull’ebraismo.

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