Antonella Gonella ha realizzato uno speciale dedicato all’amore ai tempi della letteratura. La prima puntata è dedicata alla relazione tra Agatha Christie e Max Mallowan.
Il rischio di sconfinare nell’indiscrezione o nel mero pettegolezzo è reale, ma, in fondo, vale la pena correrlo. Anche perché, si sa, le storie più affascinanti sono quelle vissute. Una delle più belle è quella tra Agatha Christie e Max Mallowan. Intanto si tratta di un sentimento adulto, quindi più consapevole. E poi ci fa scoprire che l’algida signora del giallo, tanto algida in realtà non era.
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Al contrario: reduce da un primo matrimonio piuttosto infelice, Agatha sembra ben decisa a non tentare più la strada del cuore. Il colonnello Archibald Christie sposato nel 1914 si dimostra presto inadatto: insieme, lui e Agatha, fanno il giro del mondo e mettono al mondo la figlia Rosalind, ma presto arrivano le infedeltà e lo scandalo pubblico. La regina del giallo accusa il colpo, ma non si arrende. Non cambia taglio di capelli (né il cognome, se per quello), come ci si aspetterebbe da una donna comune. Al contrario prende un treno, l’Orient Express, e si dirige a Baghdad. Qui è ospite dei coniugi Woolley: grazie a loro, la giallista già famosissima in patria conosce un giovane archeologo, Max Mallowan.
Lui la accompagna nelle visite agli scavi. Lo spirito di lei, la capacità di adattarsi lo conquista. Sei mesi dopo Max chiede la sua mano: verrà rifiutato. Troppo grande la differenza di età per l’epoca.
Ma poi Agatha, per fortuna verrebbe da dire, capitola, sostenuta dalla figlia e dalla segretaria. E, a dispetto delle critiche dei pregiudizi, avrà un matrimonio lungo e felice. Un’unione fatta di viaggi in Oriente e di un supporto reciproco che porta entrambi i coniugi al successo: è Agatha ad improvvisarsi fotografa per documentare i reperti estratti dalla sabbia da Max. Non solo: dà fondo alla personale scorta di crema idratante per ripulire le statuette appena recuperate dagli scavi, salvo lamentarsi che non ne resta abbastanza per le sue rughe (Viaggiare è il mio peccato, Mondadori, 2020).
Sono anni proficui anche dal punto di vista della scrittura. Gialli, ovviamente. Molti ispirati alla quotidianità avventurosa da cui emergono treni, sabbie e misteri. Ma anche romanzi rosa. Sono sei i libri, parte di una fortunata incursione nel genere sentimentale, a firma di una certa Mary Westmacott. Un sotterfugio comprensibile. Se sei Agatha Christie, l’idea di cimentarti con un genere nuovo deve fare i conti con le aspettative dei lettori che vogliono crimini e omicidi. E non solo con loro. L’editore la sconsiglia. Collins preferisce andare sul sicuro, con il genere che la consacrerà indiscussa tessitrice di misteri. Ma lei ha voglia di sperimentare e mettersi alla prova, senza l’ombra già ingombrante dei suoi personaggi più celebri. Così sceglie un nom de plume: Mary è il secondo nome di Agatha. Westmacott il cognome di alcuni parenti alla lontana. Lo stratagemma funziona, per quasi vent’anni, dirà la figlia Rosalind, riesce a mantenere segreta l’identità e i libri, con sua grande soddisfazione, vendono. Poco importa che i Westmacott non raggiungano mai il successo di critica dei gialli. Restano a testimonianza dell’umiltà di un grande talento capace di accettare la sfida del gradimento del pubblico e di mettersi a nudo. Anche per questo, forse, piacciono. Come tutti i sogni che si realizzano.
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Nel 1930 Aghata Christie, già celebre scrittrice, sposava in seconde nozze il giovane archeologo Max Mallowan, decisa a seguire il marito nelle sue spedizioni in Paesi come la Siria o l’Iraq. Nacque così questo libro di memorie, un resoconto di viaggi ironico e autoironico, candido e malizioso, discreto e sincero in cui l’autrice rievoca avventure e disavventure di una tranquilla signora della buona borghesia inglese.

